Poesia. Federico Guastella legge Pisana

“Nella trafitta delle antinomie”: tra potere e speranza i versi di Domenico Pisana
Tempo di lettura: 2 minuti

Il non potere comunque esiste.
Nessuno dovrà negarlo, criticarlo
o zittirlo con le proprie grida…
Chi impara a con vivere
con il proprio non potere
ha appreso molto.
(Jung, Il libro rosso)

1.L’antinomia in Domenico Pisana

La copertina della silloge poetica di Domenico Pisana Nella trafitta delle antinomie (1) reca il dipinto di Renè Magritte “L’uomo allo specchio”, ora al museo Boymans di Rotterdam. In piedi di fronte ad uno specchio, osserviamo un uomo di spalle che è vestito elegantemente. Indossa un abito scuro e ha i capelli accuratamente tagliati. Un ritratto dai dettagli ben definiti: dalla cornice dorata alla mensola in marmo di un caminetto. Eppure il suo volto è invisibile: nell’immagine riflessa, l’uomo è ancora visto di spalle. A vedersi nettamente è invece il libro sulla mensola: “Le avventure di Gordon Pym” di Edgar Allan Poe, probabilmente amato dal committente. La sua essenza resta nascosta, negandosi allo sguardo. Anonimo dunque il personaggio e inquietante come il volto indistinto del “Potere”, fustigato dal poeta per aver fatto perdere il linguaggio del mondo sempre più posseduto dal buio dove tutto appare doppio nella illeggibilità di una realtà abitata dal disordine e dalla asimmetria.
Ci siamo così immessi negli argomenti privilegiati da Domenico Pisana, il quale come epigrafe alla sua silloge poetica cita la frase coniata da Sciascia quando contestò la linea editoriale de “La Repubblica”, sostenuta da Eugenio Scalfari: “Nessuno è al di sopra di ogni sospetto”. E vi fu in proposito un’accesa polemica a seguito dell’articolo, firmato dal noto scrittore siciliano, intitolato “I professionisti dell’antimafia” col quale il dito veniva puntato su un potere che utilizzava la struttura per la copertura di interessi privati. Sciascia e il sistema, dunque. E ci si potrebbe riferire ad altra sua ammissione nel corso delle conversazioni con Domenico Porzio, pubblicate: “L’uomo mediocre sente l’appagamento che dà il potere, il fatto di avere un potere sugli altri. Mi sembra un segno inconfondibile della mediocrità questo desiderio di sovrastare gli altri, di dominarli, di avere un potere su di loro”(2).
Ecco: è su questo tracciato che si può tentare di connotare la poesia di Pisana. Nasce dalla contestazione delle degenerazioni socio-politiche col bisogno di fare continuamente i conti col disagio e si sviluppa nell’impegno costruttivo del “dover esserci” come soggetti di continua prassi. Poesia civile, dunque, entro l’ampio respiro del “fare anima”, nel senso che vi si trovano delicate, intime suggestioni in un’atmosfera di umana universalità (“… sei distesa di sogni sui sentieri della mia tarda età”, recita il verso della lirica dedicata a Emma, seconda nipotina). E poesia socio-psico-linguistica che, dettata dalla necessità di scendere nelle profondità dell’uomo e della società, si radica in vigorosi moduli etico-linguistici, dove la parola è vissuta come innamoramento per farsi dirompente nella ricerca del vero quale misura di vita.
Poiché il titolo dato a un qualsiasi libro ha una funzione di sintesi in cui è racchiuso il senso dell’architettura espositiva, soffermiamoci un attimo sui due lessemi che specificano questa silloge: “trafiggere” e “antinomia”.
Il termine “antinomia” da un punto di vista filosofico evidenzia un contrasto fra due concetti opposti che per Kant non è risolvibile con l’uso della ragione: tra tesi e antitesi c’è una contraddittorietà che le pone sullo stesso piano di validità. Da qui l’impossibilità di operare una scelta a favore dell’una o dell’altra. A Pisana è estraneo l’uso kantiano del termine. Bisognerebbe piuttosto pensare all’albero edenico della conoscenza, nonché alla condizione dell’uomo che nella concretezza del momento storico vive sulla propria pelle le irrazionalità del sociale. Non dunque a Kant, ma ad Empedocle viene da volgere lo sguardo, all’agrigentino per il quale il mondo come lo vediamo e lo viviamo è sottoposto a due forze in lotta tra loro: l’Amore e l’Odio. Se il primo è causa di armonia, con la contesa si ha il caos. Non esiste un principio senza l’altro. Entrambi sono componenti del conflitto che vive di instabilità, ed è dalla loro azione congiunta che ciclicamente si produce lo spettacolo dell’universo ritmato dall’aggregazione (nascita) e dalla disgregazione (morte).
E’ il formarsi di queste mescolanze a segnare il procedimento di Pisana. I suoi poemetti dai versi lunghi nascono difatti da questa realtà resa nella prima parte dell’opera: “Tettonica della contraddizione” ed è specificamente la lirica d’apertura, “Le lingue incespicano” ad evidenziare il motivo tematico fondamentale: quello di un cosmo regolato dalla complementarietà di coppie contrarie (notte/giorno; sogno/tramonto; fede/abisso; vero/falso). Leggiamo le prime due strofe di cinque versi ciascuna:

Quanta umanità smarrita hai già narrato
anima mia, voce solitaria nel deserto
dalla notte rifluisci all’aurora
dall’aurora torni ad abbracciare la notte
per via ti tracima la lucerna.

Senza amore, senza forza
di speranza – ma vedi come il sogno
lentamente si dilegua nel tramonto –
a volte ti innalzi illuminata
dalla fede, a volte ripiombi nell’abisso

Così è il nostro stesso poeta ad offrirci con maestria la sua ermeneutica in un saldo impianto dalla forza inventiva che si rinnova ogni momento. Antinomia, dunque, come un campo di tensioni – il Pòlemos di Eraclito che è padre di tutte le cose e di tutte è re (3) – in versi di intima musicalità, di trasparente fattura.
Causano dolore le contraddizioni della vita: trafiggono come punta di coltello conficcata nella carne, lacerano, straziano, lasciano in uno stato di disperazione. Il “trafiggere” esprime la brutalità, la violenza, la crudeltà che di prepotenza entrano nei rapporti tra gli uomini, deformando volti e situazioni. Il male, che si annida nelle tortuose e labirintiche vie del sociale dove anche “l’amore di Dio fatica ad entrare, è portatore d’una condizione priva di sogni dileguatisi nel tramonto, e l’io poetico ne prende coscienza dialogando junghianamente con la propria anima(4), anche lei irretita nel groviglio dei contrari: … a volte ti innalzi illuminata / dalla fede, a volte ripiombi nell’abisso.
E’ lei a fargli scorgere l’umanità sofferente e l’io le parla del contrasto tra bene e male, riconoscendone la complessità per consegnarsi alla ricerca del senso: la liberazione dalle oscure correnti della tirannia. L’attenzione è poi rivolta alla perdita della funzione disvelante e arricchente della parola. Dissacrata la lingua dell’Eden, quella del colloquio confidenziale col divino, mancano ormai le parole necessarie a illuminare la comprensione del mondo e forse non sono neanche cercate, avendo l’uomo smarrito il rapporto con la bellezza. “Le lingue incespicano”, dice il poeta, perché ormai sono sbagliati i simboli dominanti: cioè quelli delle forze titaniche che disgregano, aumentando la condizione di infelicità.

… a questo tempo in cui
le lingue incespicano
su simboli sbagliati
aumentando l’infelicità del mondo,
a questa ora in cui più forte
ogni popolo – forse- dà nomi errati alle cose
implorando la sera della tirannia
che le stelle fuggono e rischiarano.

Così, a partire dall’apertura all’anima, le immagini raccontano l’inquietudine tra essere e non essere che procede da uno stigma, da una forte voce di pena rilevabile in “Sulla prua della nave”:

Verità e menzogne, luci e tenebre, affari
e morte si scontrano tra lo sciabordio dell’acqua,
i bambini gridano, le donne piangono,
anche Pietro vuole riempire la barca
ma i conventi e i vicini di casa sono chiusi
nell’orge di bombe e fuochi d’artificio.

L’antinomia spicca evidente nella lirica “Suolo e sottosuolo”. Quando il poeta si adagia nel “suolo”, che è metafora di trasparente solarità, lo sguardo visionario coglie le cose in modo surreale; l’immaginazione illumina la visione e il reale si manifesta nelle forme nitide della bellezza (“sembra che sia dappertutto sole, luna che ispira parole d’amore, / stella che ti fa sognare mare che t’apre all’infinito”). Ma il tono volatile, che è amore della luce, ricade ben presto nell’abisso simbolizzato dal “sottosuolo”: l’immagine calda si briciola e la visione, facendosi infernale, ha le sembianze d’un girone dantesco; allora il ritmo si fa repentinamente drammatico senza più la magia della melodia. Le forme del bello perdono la ricchezza paradisiaca in una inappellabile caduta. Il linguaggio dell’antinomia tende così a radicalizzarsi in un doppio opposto registro che fa convivere le ferite del mondo con la tensione ideale.
Analoga la situazione che si registra nel componimento “Il mare di Pozzallo”, dove il simbolo acquatico è vissuto nella sua ambivalenza: dà vita e rinfranca e ricongiunge al cielo il mare, ma di fronte alla storia il poeta ripropone delusione e scacco:

Questo mare di Pozzallo che suona di riposo,
specchio senza cornice per illusioni di ghiaccio,
sussurra pensieri che falcidiano l’anima nell’ora
in cui il sole sporge i suoi occhi
sulla battigia sonnolenta..

2. La dimensione antropologica della poesia di Pisana

La poesia di Pisana è essenzialmente antropologica; è sorretta dalla dialettica del negativo portata avanti dal neo-illuminismo e dalla protesta che viene dalla poesia di Majakovskij e di Pasolini, per citare appena due nomi. E’ su questa base che si innesta la lezione linguistica del vate solighese Andrea Zanzotto, maestro a cui nella seconda parte della raccolta viene dedicata una lirica di particolare risonanza emozionale per la presenza di radici e suoni entro il proprio luogo di Sicilia, condotta senza cadere nell’ovvio. Sicché, in reazione al non senso, viene riportata alla luce la parola-sogno con le sue mille magiche diramazioni centrate sulla rinascita delle città vuote di fiducia.
Silenziosamente sepolte nel fossato le parole adeguate, quelle del sentire che appartengono allo spirito del profondo, a rimanere è la “verità tradita” che ingrossa “i torrenti delle finzioni”. Resta il tempo presente avvolto nell’oscurità, dove hanno consistenza i calcoli degli ingannatori coi quali non è possibile condividere la speranza. L’angoscioso grido di Munch diventa allora invettiva radicale verso gli occulti, anonimi detentori del Leviatano e si muta in rivolta con una sorprendente vitalità: “Su, toglietevi la maschera!”, dice l’ultimo verso del componimento “Dal Paese s’alza l’urlo”. L’atteggiamento, opponendosi alle ragioni del “Palazzo”, è gramsciano; indica un sogno di liberazione dettato dal bisogno di una liberazione dall’alienazione della coscienza collettiva. Multiple le forme di negatività espresse con un vocabolario di “fiele” nelle liriche “Passaggio in Italia” e “Passaggio in Europa”, richiamate al lettore da Dario Stazzone nella sua limpida e succosa prefazione.
Nella prima, ad evidenziare una condizione di dispersione del tessuto connettivo, è un impasto di ingredienti crudeli come “voci melmose”, “strazi di città”, “sdegno d’un popolo diviso”, “l’insidia della piovra”. Nella seconda, è cogente la delusione conseguente alla crisi della cultura europea: le radici non hanno resistito ai denti della talpa e sono ormai ridotte a brandelli; i “simboli antichi” sono stati smarriti per un’operazione di rovesciamento di ogni forma ideologica legata ai bisogni dal basso. Il poeta-linguista non può non mostrare la sua sofferta esperienza dinanzi allo sbando delle città europee: menzogne di parole affluiscono “alle alte guglie dei palazzi”, e così i versi si accrescono di interna energia, accompagnata da una domanda caldamente partecipata:

…Ma che vale l’irenismo se ora
cade la memoria, se tutto scivola nell’imbuto
della dissolvenza? Pure un velo incede nel groviglio di verità non vere e nel diritto
delle libertà, di là del mio tormento
stende l’amore le sue candide frontiere.

Il nichilismo si compie col nonsenso di messaggi alla deriva, con la morte dell’uomo che coincide con la fine della stessa nozione di valore, ed è il sentimento del nulla, dove scorrono tutti i vizi, a fare emergere l’ammissione, resa insistente e decisa dall’uso dell’anafora, dell’essere tutti Lazzaro “nell’oscurità della tomba / in attesa che Qualcuno venga, e ci dica: vieni fuori!” (“Nella tomba di Lazzaro”).
Tra coscienza infelice che sente straziante il tempo presente e febbrile tensione liberatoria, tra il rifiuto graffiante e la spinta di una visione creativa si situa la speranza che con la sua folgorazione tende ad oltrepassare il dato negativo, facendo risalire Orfeo con la lira dall’Ade. E’ la speranza l’àncora di salvezza: “… e io cerco il salvagente / perché la mia barca non sia di carta / e non vada alla rovina” (“Barche alla deriva”). Essa è in definitiva la parola poetica, cui ci si aggrappa quando tutto sembra svanire. L’immagine del “salvagente” gli proviene forse da Gibran che dice di aggrapparvisi quando il cuore gronda per lo strazio delle parole che feriscono, dei silenzi che trascinano verso l’abisso (5). Sicché come autodifesa il poeta cerca di opporsi alla collusione con le cose non fuggendole, ma guardando al futuro con l’ottimismo della sua volontà (“Passaggio in Turchia”):

…E a me non resta che credere alla speranza
mentre m’inoltro tra le fibre di chi
ha vinto perdendo e perso vincendo.

La speranza di Pisana è sì un’attesa e anche un’aspirazione, ma non giustifica per nulla un immobilismo e si concretizza a partire da un processo di perfezionamento del sé allo stesso modo dello scultore che sgrossa la pietra per estrarne la forma migliore (6). Viene associata alla rinuncia la speranza e richiede umiltà. La psiche si purifica quando domina un magnifico eroe, il viaggiatore che come Odisseo cerca l’avventura per la sua redenzione, concentrandosi con sobrietà solo sulle cose importanti ed essenziali. L’uomo cammina per un fiducioso esodo dal presente e la sua vita, rimessa in discussione, si trasforma. Si evolve e si costruisce. Perciò, è inevitabile un metodo penitenziale rinvenuto nel battesimo di fuoco che trasforma, dando nuove forme attraverso operazioni del tipo “togliere”, “sottrarre”, “svuotare”, “destrutturarsi” in un moto di continua rielaborazione secondo la scelta indicata nel componimento “Le lacrime di Dio”:

…Cerco la torcia per rimanere umano, non voglio che Dio
si dimetta per sottrazione di luce. Rinuncio all’albero
del giardino ove gli angeli mi tentano a diventare Dio.

Ora, a me sembra che il fulcro della poetica di Pisana sia da individuare nello stretto rapporto tra simbolo e parola. Non è un caso che il termine “Babele”, evocatore del noto mito vetero-testamentario, esprima la confusione delle lingue ammalate di un velenoso contagio tale da rendere “infette” le parole. Il mito è aperto, anzi apertissimo: “… Ma è soltanto il nostro Prometeo / a rubare il fuoco e sempre quell’albero dell’Eden / l’orizzonte che ci sta dinanzi come specchio nella follia”. Il graffio, delicato e sapiente, pone così in discussione la volontà di potenza, la razionalità illimitata come dominio incontrastato: Prometeo viene punito per avere rubato agli dèi il fuoco della conoscenza, e tutto questo dovrebbe intendersi come monito a non superare alcuni precisi limiti, la cui violazione comporta distruzioni inarrestabili. Non è forse vero che l’attuale contesto è inondato di eventi che conducono al flagello del reale? Oltre agli squilibri ecologici, l’incomunicabilità è sempre in agguato, provocando quei disturbi di personalità indagati da Freud che parlò di narcisismo primario e secondario: purtroppo è vero, più uno ritiene preziosa la propria vita, meno fa attenzione a quella dei suoi simili senza più ascoltarli. Siamo nella lirica “Il paese piega su Babele” in cui il poeta dialogando con Teofilo(7) – simbolo di un’antica geo-cosmica saggezza – chiama in causa il comportamento dell’uomo che, novello Prometeo, va oltre ogni limite, arrecando morte e distruzione non solo tra i suoi simili ma anche nella natura. L’indignazione, intrisa di una vena di malinconia, ed è questa l’impressione che si ricava, si fa propositiva con il ricorso all’invocazione biblica come in questo finale modulato su una sorta di apologo:

Qui ai piedi della croce, le mani
giunte, come di bambini,
chiedono al paese riflessi di luce dentro
il sangue dei chiodi che s’immola.
E ogni pelle che s’unisce nel
liquido rosso, non nasconde fiele nel cuore,
solo miele da gustare insieme.

3. Lo spazio salvifico di Domenico Pisana

Tenacemente legato al fascino del mito, smascherando le velenose finzioni della parola promosse anche dalla “ridda delle voci scatenate nell’etere”, Pisana anela alla purificazione per esaltare l’uso del linguaggio come strumento edificatorio sui piani dell’impegno socio-affettivo. La restituzione della linfa vitale alle parole avviene uscendo dai limiti ristretti del narcisismo e dell’egoità, ed è il simbolo della Croce, quale realtà vivente, ad introdurre in un cosmo che accolga in profondità l’etica e l’estetica come apertura all’altro. La via della vita, quella che si oppone alla notte dei tempi, è individuata nel farsi carico del doloroso tragitto della storia: se nulla è perfetto, e molto vi è di contraddittorio, la soluzione delle antinomie non è l’esclusione del male dallo sguardo. In “Fili spinati” il poeta avverte il caos piombato sull’umanità e allora ciò che più ha valore è il volersi commisurare con la peggiore condizione dell’abiezione: occorre guardarla senza respingerla e accoglierla, prendendosene cura. I versi sono così le stimmate di un lungo processo che coinvolge l’animo del poeta al punto da sentirle impresse in lui:

…Porto nel cuore l’urlo della croce, storie di deserto,
di amori negati da fili spinati al confine, cambi annunciati
nei palazzi ove si balla la danza del gattopardo.
Il filo di seta che mi lega al bagaglio preparato per il viaggio
dove il sonno avvolgerà il mio corpo ed un angelo
scriverà un giorno le memorie di ideali sognati
sotto le stelle.

Hanno il tono di un testamento spirituale questi versi struggenti che vogliono indicare la via della redenzione, muovendo da una sorta di “Imitazione di Cristo”, tanto amata da Tommaso da Kempis. L’urlo dell’abbandono ha allora il senso dell’accoglienza per dare vita a qualcosa di elevato in virtù del legame con la sofferenza di tutti e con gli ideali sognati sotto la volta celeste. E tutto questo procede da una dimensione spirituale che, facendo cadere il velo delle false credenze, illumina la zona buia della vita.
Non c’è che Calliope ed Afrodite: la loro tensione e il loro colloquio amano l’armonia e prediligono il tenero della leggerezza per resuscitare un incanto melodioso. Certamente occorre avere un intenso legame con l’anima per poter gridare nel modo più giovanneo: “Né per odio né per vendetta / ma per giustizia gettate il seme / della parola, perché i morti non restino morti…” (“Cuori negati alla vita”). Ma ciò non basta; non basta giungere al suo luogo. Occorre nutrirla per farsene nutrire: da qui la necessità della profondità del sentire che si esprime con la voce della classicità. La valenza salvifica nel componimento “C’è il libro, diletta compagna…” viene dalle pascaliane ragioni del cuore in sintonia con il lascito della grande cultura sulle domande esistenziali.
Siamo nella ricostruzione di uno spazio riconnettivo delle antinomie, in cui si realizza la purificazione delle parole e delle emozioni. Lo spazio, che è la categoria del rifugio, si configura nel paesaggio e nello scrittoio e riconfigura l’immagine di se stessi e del mondo: è perciò luogo di comunicazione in cui le negatività si decantano:

…Ha il sapore di miele la Parola increata
Omero, Virgilio, Euripide ed Archiloco,
negli scaffali dorme l’umanesimo
ed il presente lo invoca tra polvere di stelle;
e ogni parola, pensiero e sentimento
che noi beviamo nel silenzio della sera
rende limpida la stessa aria.
La stessa discesa della notte
che ci sorprende con gli occhi aperti
a scrutare pagine su pagine.

Il testo poetico, nato dunque dalla messa a punto delle antinomie che trafiggono, ricostruisce alla fine l’interezza nel nuovo recinto di una nuova, rinnovata soggettività.

3. Quasimodo e Guccione nei versi di Pisana

“Finché sarai illeso, potrai contare numerosi amici / ma se il tempo si abbuia, alloro sarai solo” (“Tristia, I, 1, vv. 39-40): è questa la massima ammonitrice che fa da epigrafe alla seconda parte della silloge intitolata “Appendix Le ragioni del cuore”. Il lessico dell’esilio ovidiano è triste, ma reale; è quello del privato disincanto, dove il punto saliente sta nella solitudine che giunge quando la sorte muta una condizione di prosperità in un’altra di precarietà. Ma per Pisana quanto resta del suo pellegrinaggio non è il sentirsi solo, perché sono certe ombre di un passato ad illuminare il suo animo. Nasce così il bisogno della poesia dedicatoria che fa rivivere nell’attualità gli “exempla” amati. I versi acquistano ora un particolare slancio, si differenziano di tono e di musica e sviluppano una scalata lirica per rappresentare un altro stato di coscienza. E’ in tale percorso che per prima si situa la lettura poetica di Quasimodo con immagini sicure e con la complicità dello sguardo interiore da cui nasce un colloquio sincero.
Il Quasimodo di Pisana, anch’egli modicano di nascita, è il ragazzo della “Lettera alla madre” fuggito di notte “con un mantello corto ed alcuni versi in tasca”. Ed è il cantore di sogni tra vicoli e telai; il “pellegrino” di “Giorno dopo giorno” che scorge l’Isola “di lacrime e di lutti”. Sotto questo aspetto, i due volti si ricompongono nell’unità di Giano bifronte grazie al sentimento del contatto e vengono fuori versi che sono insieme rispecchiamento e miraggio con qualche benevola tentazione retorica:

… Or sono io a custodire nel petto il lamento
di una terra che “trascina ancora morti”,
a rimarginare antiche irriducibili ferite
mentre una nenia accompagna
il lento naufragio di migranti che chiedono riscatto;
il mio pensiero ammansisce tra il respiro
delle foglie, e sul monte del pianto
un grumo d’illusioni fa germogliare.

Suggestiva la lirica, dove si accoppiano finito e infinito, cielo e terra, cosmicità e liricità in una rievocazione sofferta e insieme ricca di archetipi che si realizzano nella sacra parola dell’eterno. Altri ancora i poeti evocati: Carducci, Saba, Baudelaire da cui Pisana riesce sempre a trovare spunti per fissare le immagini di un lirismo privato che si fa collettivo. Il gusto scopertamente declamatorio è riconducibile al senso delle cose, cogliendo così armoniosamente e con un profondo atto d’amore la quotidianità sorpresa nelle profonde radici del luogo. Così le contraddizioni della società si piegano alla favola dentro il proprio paese. Ecco allora Modica nella lirica dedicata “A Gabriele D’Annunzio”. Il verso musicalmente si estende negli ampi esterni delle dolci colline e dei quartieri e dei vicoli abitati dalla semplicità del cuore. L’espressione è affidata a parole luminose e il paese appare come un mondo arcaico in cui la sapienza era affidata alla cultura orale dei “cunti”. La poesia, avverte Pisana, è una parafrasi della lirica “Ferrara” di D’Annunzio, ma la bellezza “deserta” della città emiliana, finisce di essere aulica e si empie qui di presenze antiche coi suoni del coagulo evocativo:

… Inneggerò i tuoi vicoli viventi,
animati come circoli,
che stillavano la semplicità del cuore
di chi teneva le finestre aperte
e quella loro quiete ove origliavano
tutte le orecchie.

Pontalis insegna che la psiche è una geografia, vivendo in lei molti luoghi: “Per avere qualche speranza di noi”, ha scritto, “dobbiamo avere molti luoghi dentro di noi. Nei pittori le percezioni visive si stendono sulla tela coi colori, nei poeti diventano versi. Pisana ha molti luoghi ed egli si nutre anche dei paesaggi del maestro di Scicli Piero Guccione, cui dedica una lirica composta nel giorno della sua morte.
Diciamo per inciso che i luoghi elettivi di Guccione sono stati definiti leopardiani da Gesualdo Bufalino: difatti sono estensioni di terra e di mare che, facendo ascoltare il palpito d’infinito, consentono di scorgere il divino nella luce da lui colta con ‘astuzia da bracconiere’. Su queste basi si innesta il discorso di Pisana, i cui versi, pur nel cordoglio, si situano nell’orizzonte platoneggiante dell’estetica. Vi prevale una bella resa espressiva delle proprie radici che richiama alla mente il felice titolo dato da Andrea Zanzotto allo scritto “Il paesaggio come eros della terra” (8). Le trame di un ‘orizzonte percettivo totale’ si ritrovano leggendo questi dolcissimi versi dal ritmo elencativo di particolari:

… Se molti verranno a sostare per attimi
davanti alla statura dell’artista
che rimarrà per sempre,
in suo nome continueranno a parlare
il cielo, il mare, le campagne, le pietre, gli scorci,
i paesaggi, i chiaroscuri, i muri, i palazzi,
le ombre e le luci che rifulgono come perle
nella terra degli Iblei ove la sua mano
ha creato e custodito sogni dentro quadri di bellezza.

Non v’è discontinuità tra le due parti dell’opera. Si può dire che la seconda sia il coronamento della prima. V’è un legame circolare tra esperienza del negativo ed esperienza estetica che rende possibile la fioritura umana: la mente sognante attraversa tutto ciò che riguarda la bellezza, compresa l’immersione corporea.
E’ in definitiva nell’incertezza di questi nostri giorni che i versi di Domenico Pisana, oltre a suggerire interrogativi e dubbi, invitano all’incanto dell’eros che con l’originalità della cadenza si fa relazione. Parola.

Federico Guastella

_________________

1 D. Pisana, Nella trafitta delle antinomie, Collana di Poesia “Le Organze”, Edizioni Helicon, Arezzo, 2020.
2 D. Porzio, Fuoco dell’anima, Mondadori, Milano, 1992.
3 V. Guzzo, In principio fu il mito, Gruppo editoriale s.r.l., Acireale-Roma, 2013.
4 F. Guastella, Viaggio intorno al libro rosso, Bonanno, Acireale – Roma, 2018.
5 Gibran K., Le parole non dette, Ed. Paoline, Milano, 1991.
6 “Ritorna in te stesso e guarda: se non ti vedi ancora interiormente bello fa come lo scultore di una statua che deve diventare bella: egli toglie, raschia, liscia, ripulisce, finché nel marmo appaia la bella immagine: come lui leva il superfluo, raddrizza ciò che è obliquo, purifica ciò che è fosco e rendilo brillante e non cessare di scolpire la tua propria statua finché non ti si manifesti lo splendore divino della virtù e non veda la temperanza sedere su un trono sacro” (Plotino, Enneadi, Bompiani, Milano, 2000).
7 Teofilo (Theophilus). – Nome del destinatario del Vangelo di s. Luca (1,3) e degli Atti degli Apostoli (1,1); resta ignoto chi egli fosse, forse si tratta di un ricco signore di Antiochia; ‘optimus’, cioè ‛eccellentissimo’ lo chiama Luca (1,3). Dante. lo nomina nella Monarchia, dove discute sui due gladii di Pietro di cui è fatta menzione nel Vangelo di Luca (22, 35 ss.), gladii che non denotano, né significano, il reggimento spirituale e temporale, sibbene le opere e gl’insegnamenti necessari ad attuare quanto Cristo disse di essere venuto a compiere per mezzo della spada (Mt. 10, 34 ss.): Quod quidem fit tam verbo quam opere; propter quod dicebat Lucas ad Theophilum “quae coepit Iesus facere et docere” (Mn III IX 19; cfr. Ad. Ap. 1, 1-2 “Primum quidem sermonem feci de omnibus, o Theophile, quae coepit Iesus facere et docere usque in diem, qua praecipiens apostolis per Spiritum sanctum, quos elegit, adsumptus est”) in “Enciclopedia Dantesca” – Treccani.
8 A. Zanzotto, Luoghi e paesaggi, Bompiani, Milano, 2013.

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