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Don Ciotti: “I giovani scelgano di ascoltare la voce del cuore”

La quotidianità è fatta di incontri, ascolto e relazioni. Ogni giorno viviamo decine e decine di avvenimenti, il più delle volte non li consideriamo, sono parte della nostra routine. Alcuni incontri non capita di farli spesso, non accadono tutti i giorni, si tratta di incontri speciali.

Eventi che lasciano il segno, che fanno pensare e allargano gli orizzonti verso l’altro e l’altrove.

Il tre marzo ho avuto l’opportunità, come tanti altri, di partecipare a questo tipo di incontri, è stata una bella opportunità. Scicli, Modica, Ispica e Noto hanno avuto modo di incontrare e ascoltare don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Don Luigi è divenuto un simbolo della lotta contro la criminalità organizzata e la mafia, don Ciotti è l’espressione non di un io, ma di un noi che fa comprendere come ciascuno di noi, nessuno escluso è chiamato a dare il proprio contributo per ostacolare il male e far vincere il bene.

Un prete, un amico, un grande uomo di ascolto e di relazione, ecco come si presenta in sintesi don Luigi. Martedì mattina, dopo due ore interrotte di dialogo con gli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore “Q. Cataudella” di Scicli, dove ha invitato gli studenti a compiere scelte libere e responsabili, ho avuto modo di avvicinarlo. L’auditorium si svuota piano piano, attendo qualche minuto e mi avvicino al Referente Provinciale di Libera, mi presento e chiedo se era possibile fare qualche domanda a don Luigi, mi viene detto che non ci sono problemi. Mi presenta a don Luigi, che senza esitare accetta volentieri, mi guarda e mi chiede come mi chiamo e quanti anni ho, e dandomi del tu, come se fossimo vecchi amici, mi chiede di sederci. Mi fa qualche domanda per conoscermi meglio, e poi mi chiede su cosa voglio intervistarlo, dopo qualche minuto è già pronto, accendo il registratore e inizia una bella conversazione.

D: Don Luigi oggi sono molteplici le difficoltà legate al mondo giovanile. Libera è un’associazione che coinvolge numerosi giovani. Cosa si sente di dire ai giovani, che sono il futuro della società, il più delle volte sono sfruttati, senza speranza e costretti ad emigrare?

R. «I giovani mi stanno molto a cuore, loro sono per natura aperti alla vita, affamati di conoscenza, come ho anche visto questa mattina in questa scuola: molto attenti e partecipativi. I giovani sono per natura animati da domande profonde e da inquietudini positive. Hanno bisogno di essere aiutati e stimolati, devono nutrirsi non solo di parole, hanno bisogno di opportunità di concretezza, perché vivono in una società virtuale, e c’è bisogno di qualcuno che li aiuti a calarsi nel reale.

Quando li incontro suggerisco sempre ai giovani di scegliere e di ascoltare la voce del cuore, dell’intelligenza e di sintonizzarsi con la fame di verità e di libertà che anima le loro aspirazioni più profonde. Non devono limitarsi a chiedere cambiamenti, ma bisogna diventare per primi cambiamenti, anzi suggerisco dobbiamo diventare noi stessi cambiamento. Bisogna uscire dall’io per organizzare il noi, cioè l’importanza dell’impegno collettivo.

Il noi è una funzione vitale per la società, perché senza di esso rimangono tanti io, questi da soli favoriscono l’egoismo, le ingiustizie, le povertà e le solitudini.

Una società che non si cura dei giovani, è una società che non si cura della propria storia e del proprio avvenire. I giovani vanno sostenuti, incoraggiati, ma anche dotati degli strumenti necessari per realizzare le loro capacità e il loro amore. Scuola e lavoro dovrebbero essere le priorità di una società aperta al futuro. Se diamo ai giovani quello che gli aspetta non saranno gli esclusi. Oggi i giovani sono esclusi, oggi sono impoveriti. Gli esclusi della società di oggi sono: migranti, poveri, e giovani, le tre grandi povertà del Paese in questo momento. Delle tre grandi povertà i giovani sono i più impoveriti, diamo loro ciò che gli aspetta, e saranno così loro a indicarci e a costruire la storia del domani.

La popolazione giovanile è quella più impoverita e senza prospettive certe. La società odierna presenta un clima favorevole al rafforzamento delle mafie, un clima che da sempre sfrutta l’aumento delle diseguaglianze, la mancanza di lavoro, l’assenza o l’insufficienza di politiche sociali. Le mafie così rafforzano le proprie capacità di ricatto e di penetrazione sociale nel territorio e nelle periferie più colpite dalla crisi economica. La generazione dei giovani, è la più impoverita perché oggi è costretta a scegliere se farsi sfruttare, se rimanere precaria, oppure emigrare o subire il ricatto dell’illegalità.

Oggi, purtroppo, sono in crescita le bande e la criminalità giovanile, a causa di vuoti nella società, che si sono aperti in questi anni. Il problema dei giovani corre il rischio di divenire un terreno più fertile a giochi criminali, perché sono facilmente arruolabili, soprattutto in quei contesti di crisi».

D. Mi scusi don Luigi, la situazione giovanile sembra essere in alcuni casi allo sbando, simile a quella che visse don Bosco a metà 800?

R. «Don bosco è stato un grande, perché lui ha saputo interpretare quel mondo che viveva, raccoglieva i ragazzi per strada e apriva gli oratori, poi pensa che c’era bisogno di dare una formazione professionale, e apre le scuole. Poi pensa che bisogna parlare alle famiglie e crea la buona stampa. Oggi a distanza di centinaia di anni, si ripropone in un contesto diverso, lo stesso bisogno di trovare opportunità, riferimenti, spazi e luoghi. I salesiani sono sempre stati alla grande con gli oratori, c’erano anche presso le parrocchie diocesane. Un tempo i paesi avevano dei grandi oratori. Adesso in alcune realtà non ci sono più gli oratori, ci sono meno sacerdoti e forse, credo, che dovremmo lavorare più con i laici: sono una meraviglia bisogna favorirli e incoraggiarli. Gli oratori rimangono dei punti di riferimento fondamentale per l’educazione dei giovani».

D: Il 21 marzo è un giorno importante, si ricordano coloro che hanno dato la vita contro le mafie e ogni forma di illegalità, lottando per un ideale. Perché è importante oggi in questi tempi di crisi, fare memoria e portare avanti certi ideali?

«La nostra deve essere una memoria viva, cioè quella che si traduce tutti i giorni: in responsabilità e in impegno. Altrimenti c’è il rischio che nasce la retorica della memoria, che è fatta solo di parole e non di fatti o concretezze.

La memoria è un atto di riconoscimento, a quanti hanno speso e perso la loro vita per un ideale. C’è il rischio di perdere la memoria, non solo quella del passato ma anche quella del presente. Le persone che rischiano di perdere più di tutti la memoria del presente sono i giovani.

Siamo circondati da una infinità di stimoli, da impulsi che ostacolano l’esercizio dell’attenzione, della riflessione, dunque del pensiero critico. Con gli smartphone siamo abituati a passare da una cosa all’altra, senza approfondire nulla, tutto di corsa. Questo non significa rimpiangere il passato, o i vecchi strumenti, non vuol dire disprezzare l’innovazione tecniche. Anch’io le uso, ma è il modo con cui le si usano, dobbiamo essere consapevoli che la vita, non è una corsa contro il tempo, perché il tempo è il tessuto stesso della vita.

I giovani oggi sono i più esposti alla digitalizzazione dell’esistenza, un conto sono i contatti, un’altra cosa sono le relazioni, un conto un’informazione in pillole sbrigativa simultanea, un altro conto è il processo di conoscenza. Dobbiamo ritornare alla conoscenza e alle relazioni, non a semplici contatti. Le relazioni sono l’essenza della vita.

C’è il rischio che tutto è di corsa e si perde la memoria, tutto è sbrigativo, non ci si ferma, non si approfondisce. C’è bisogno di memoria viva che si traduca in impegno, non sono morte tutte queste persone, che noi ricordiamo, per avere il proprio nome scritto su una lapide o in una targa.

Queste persone sono morte per un ideale di giustizia. La memoria non va fermata, né va ingabbiata nel passato. Ha come spazio l’altrove, l’altro della storia, il cammino della vita, l’oggi e l’altrove in cui la memoria sono chiamate ad abitare, lo spazio in cui la vita si fa storia».

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