IN PUNTA DI LIBRO…. di Domenico Pisana. L’epifania poetica e “l’ubi consistam” di Soldini nella silloge “Lo spolverio delle meccaniche terrestri”

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Il poeta romano Maurizio Soldini torna a proporsi al pubblico con la sua nuova silloge poetica “Lo spolverio delle meccaniche terrestri”, data recentemente alle stampe della casa editrice siciliana “Il Convivio”.
Delle opere poetiche di Soldini abbiamo avuto già modo di scrivere in passato, occupandoci, tra l’altro, delle raccolte “In controluce” (2009), “La porta sul mondo” (2011) e “Solo per lei. Effemeridi baciate dal sole” (2011). Il poeta, che è anche un acuto filosofo, nonché docente di Bioetica all’Università La Sapienza di Roma con alle spalle una serie di articoli e saggi di carattere scientifico, ci sorprende ancora una volta positivamente per il suo sguardo epistemologico che ne indica l’originalità e la capacità d’indagine dell’esistenza umana, letta e interpretata nelle sue dinamiche sotterranee, terrestri e trascendenti.
Già il titolo dell’opera racchiude in sé un’ideazione progettuale, a partire dal quel sostantivo “spolverio”, che è il simbolo di un realismo sociologico nel quale il continuo ed abbondante sollevarsi di polvere dentro tutte le articolazioni della comunità civile, e direi anche religiosa, ha finito per ridurre la persona a cosa, a frammento, a entità anonima privata della sua vera dimensione spirituale.
Ma con il suo “spolverio”, Soldini intraprende un viaggio noumenico, e, alla stregua del pittore, il quale ricorre alla tecnica pittorica dello “spolvero” per riportare un disegno sulle varie superfici fino a contornarlo nelle sue fattezze e trasfigurazioni, così egli riporta sulle sue pagine versi che ricorrendo a quelle che egli chiama “meccaniche terrestri” mettono i suoi lettori di fronte a tutto ciò che spesso non si vede o non si vuol vedere, di fronte alla metafisica istantanea che aleggia sulla realtà fisica.
E Soldini riesce a farlo con un linguaggio poetico evocativo, allusivo e metaforico denudato di ogni verbalismo e retorica e che punta a scrutare i processi più nascosti della vita dell’uomo mediante la forza della parola poetica, che si dispiega, nel suo libro, quasi come le leggi della meccanica che studiano i processi del moto dei corpi, le forze della natura, le determinazioni dello spazio e del tempo, i concetti di massa e di corpo, l’equivalenza tra massa ed energia. Sta proprio qui, a mio giudizio, la novità e l’originalità di Maurizio Soldini, cioè nell’indagare, come si fa in ambito scientifico ma con strumenti diversi, la dimensione spirituale, gnoseologica, antropologica, morale dell’esistenza, con una versificazione lucida, essenziale e centrata non sull’uso minimalistico della parola e sul suo effetto emotivo, ma sulla sostanza concettuale.
Il corpus della raccolta poggia su una articolata struttura poematica divisa in sette sezioni: “Frontiera”, Parola e voce”; “Tra nuvole e frottole”; “Dalla notte al giorno”; “Dentro l’età e le stagioni”; “L’azzurrità”; “Lo spolverio delle meccaniche terrestri”. Si tratta di sezioni che convergono nella direzione di una versificazione che disegna le coordinate di un itinerario progettuale ove il rapporto tra terra e cielo, cosmo e intimità, materia e spiritualità, immanenza e trascendenza è funzionale alla creazione di una “prospettiva” “attraversata – dice il poeta – dalle viole / nel viatico del tempo e delle velature / dentro i paesaggi della finitudine”.
Soldini è un poeta che con la sua scrittura, la sua ricerca e il suo scavo interiore cerca di svelarci ciò che siamo; e lo fa, direi, con una “poesia labirintica”, travasando la sua formazione filosofica nella poesia, sullo scia della grande tradizione classica, a partire dal grande Leopardi.
Entrare in questa raccolta di Maurizio Soldini è, dunque, come addentrarsi in un mondo con un suo codice di lettura e di scrittura che scruta il mutevole, l’imprevisto, l’inconoscibile, atteso che la personalità del poeta intende cogliere tutti i frammenti dell’io e del tempo fino alla lacerazione tra natura e storia, tra ontologia e ortoprassi, frammenti che vengono tessuti sulla tela della vita:

“come la natura che disegna il ragno
sopra la tela è la geometrica
tensione a tessere il cammino in vita

i passi soffrono nel calpestio
del quotidiano allungo che incede
con i piedi scalzi sulla nuda pietra

non cedere a celare la stanchezza
senza concedere alibi all’impasse
è il soprassalto a vincere l’inedia…”
(Non cedere)

La sezione “Frontiera” è un affaccio dentro la complessità delle relazioni umane, riscritta dal poeta con forti immagini, figure e metafore: “Un risveglio crudo”, ”un sibilo di fratellanza”, “il confine dell’alibi”, “la manutenzione dei silenzi”, “saltare i ponti”, “una guerra persa a priori”, “valanga di pietrisco e solitudine”, “resa dei conti”, “il dialogo chiuso in valigia”, “la sicumera in spola”, “il bellimbusto di quartiere urla /duella con fioretto e calzamaglia”, “la balba crudeltà sfiorita in verbi”. Da questa orchestrazione scritturale trasuda quella che Soldini chiama “oscillazione tra vissuto e trama”, nonché quel sentimento che “spera la svolta” affidando alla parola “la voce senza fiato”.
E “parola e voce” sono proprio i due lemmi che connotano la seconda sezione, e che le danno anche il titolo. Il poeta scandaglia il pensiero nelle sue scosse e nella sua lentezza (“C’è un bradisismo del pensiero / che oltrepassa la pelle e scivola / nel lento scalpitare delle forme / talvolta / si traduce in sentimenti / che avviliscono le sensazioni / tradendo la materia frettolosa”); il poeta ascolta “ i silenzi (che) si nascondono nel fogliame”, “la confusione/ di parole tra i rumor delle consonanti…/” e “lo stridore di gole urlate in mezzo alla via…”; il poeta scruta altresì la verità insita nell’essenza più profonda delle cose e delle persone:

“…omaggio al silenzio della verità
lo starsene ancorati al molo
senza ormeggi pe sola inerzia
si sciorina al vento la supplica
in pectore per ammainate vele
a versare tutto l’inchiostro in mare…”
(Al silenzio della verità)

Nella sezione “Tra nuvole e trottole” Maurizio Soldini continua a inabissarsi, con la sua poetica sperimentale e con un linguaggio in crescente dinamica innovativa, in una profonda ricerca del “senso onto-etico” dell’esistenza. Egli incentra i suoi versi sul rapporto tra poesia e realtà, configurando il suo poetare come “un veritare nella storia ”, come respiro di coerenza tra “essere e vivere”, come bisogno di ritornare alla fonte della bellezza:

“…come mi piacerebbe essere e vivere
giornate come gocce rare rade
e fare quei percorsi senza ore avare

sciogliere giorni in incantesimi di anni
perdutamente senza grattacapi
e fare delle mete una partenza un gioco

per ritornare alle fontane dove sgronda
la bagnarola sulle tegole del tempo
al pubblico ludibrio di una messinscena”
(Alle fontane dove sgronda)

La dimensione veritativa di questi versi non è nel suo risultato, ma in quella capacità di suscitare nel lettore il “senso dell’oltre”, nonché di evocare quel “più in là “di montaliana memoria, quella resistenza alla mancanza di senso dell’uomo e del mondo, e, altresì, quella tensione verso una significazione da mettere a confronto.
Il riferimento alle “fontane” appare un richiamo a qualcosa di inesauribile, atteso che l’acqua è un bene naturale sempre necessario in tutti i tempi, nonostante l’uomo tenti di farne un uso egoistico, privato e personale, tradendone l’evidenza pubblica ed universale.
La vita, purtroppo, sembra dirci il poeta, non è trasparente come l’acqua sorgiva che viene dalle fonti, ma scorre “tra nuvole e trottole”; nuvole che il poeta intravede “in frantumi di noia”, in questo “andare a ramengo”, in quello “sfoltire ammucchiate di senso e fuggire / nel mondo migliore che ancora non c’è”; ed ancora, in questo tempo nel quale “si vincono e si perdono le guerre di straforo” e si fa strada una “erranza del tempo” nella quale “i secondi imbrigliano e sovrastano /i sensi e smerigliano il vuoto restando /nello spazio che accade in un soffio”.
Insomma, in questo tempo e spazio di “nuvole”, i versi di Maurizio Soldini portano alla luce atteggiamenti di stabilità, instabilità o indifferenza che connotano la vita dell’uomo, atteggiamenti sintetizzati, non a caso, nel lemma “trottola”, che richiama simbolicamente sia la caduta che l’equilibrio. Quest’uomo contemporaneo, “rauco e mutacico” – dice il poeta –, e che “ per natura / si affaccia alla finestra di una nuova era”, ha perso il senso dell’equilibrio, e anche se è sempre in attività, gira come trottola nell’universo della vita cercando e consumando, e anche se apparentemente si mostra in equilibrio, alla fine “lo sballo della memoria si cancella”, “nel fango della povertà vive la luce”, “rimane di sottecchi il flatus vocis”:

…si snoda il panico della finitudine
in sommerse licenze di pensieri
snocciolati dal ventre pagano
e il limite degli anni e le preghiere
ché il sole splenda e regga invitto.”

In “Vivendo”, poesia che chiude la sezione “Tra nuvole e trottole”, c’è tuttavia un orizzonte nel quale si fa strada la speranza: “…il ritorno dei solstizi sfiamma le ore / intorno ai cicli di un viavai senza meta / gli anni sottraggono lo spazio al cielo / le speranze si affiancano e interrano / ma il germoglio sboccia in antifona…” Quasi a dire che l’uomo cade, sì, come una trottola , ma c’è una forza soprannaturale che lo aiuta a rialzarsi, permettendogli di continuare a girare, con la capacità di “separare grano e loglio con fiducia”. E, in fondo, questa diventa allora la conquista più significativa dell’uomo: imparare a vivere.
L’universo poetico di Maurizio Soldini conosce anche le coordinate più intime, più sensitive e connotate di carezze d’anima, come appare evidente nelle sezioni “Dalla notte al giorno”, “Dentro l’età e le stagioni” e in “L’azzurrità”.
Qui il tono della versificazione cambia modulazione e si distende dentro una parabola interiore più meditata. Non cambia il registro stilistico né il codice morfosintattico né la struttura fonetica, ma il paesaggio poetico si apre ad orizzonti più lirici e contemplativi dove le parole allentano la presa gnoseologia per cedere il passo al ritmo dell’anima pensante: “risveglio”, “sogni sparsi”, “la nudità dell’io”, “luna piena”, “la lucentezza grigia della notte”, “i papaveri che rosseggiano”, “le voglie odorose degli ippocastani”, “ cantare in corale”, “la sofferenza dei gatti in calore”, “L’alba” e i “risvegli ombrati”, “ i prati (che) bruciano sotto gli alberi” e i “ mille tramonti”.
Soldini, insomma, ama cogliere frammenti lirici dentro una visione complessiva della vita e del paesaggio naturale, con uno sguardo che non scivola nella descrizione ma si colora di introspezione, evocando sentimenti e sensazioni di bellezza, mutamenti interiori e spiragli di riflessione che accompagnano il senso dell’ “essere e godere” il tempo dentro le “meccaniche terresti”:

“serena luce del mattino
fresco riverbero di sole
sulle calendule e sui tetti

nell’aria odore di cannella
frizzanti guizzi alla fontana
un tremolio si posa sulle tende

la tazza di caffè fumante
disegna danze angelicate
il gatto fa le fusa alla poltrona

sorniona entra lontana in scena
la giostra delle ore slacciata la cintura
con la guepière inizia la giornata

estremo desiderio di un’insonne notte
il risveglio degli innamorati
si adagia lesto sopra il canapè”

E, così, le stagioni diventano circuito empatico tra l’essenza ontologica e il sentimento del tempo; lo sguardo dell’autore si posa sulle “foglie colorate volate via dai rami / a tappezzare i marciapiedi fradici di pioggia”; si fonde con la nebbia e con “la filigrana dei passaggi nelle conversioni”; avverte gli umori di un “febbraio (che) brucia nelle carni con gli spifferi” nel mentre “la ruggine si scopre sotto l’orma della terra / nell’andatura di stagioni larghe sulle strade” e non resta altro per “terra nel giardino” che i “ritagli della potatura dell’alloro”. Soldini sa darci anche i suoi idilli, le sue atmosfere interiori modulate sui ritmi delle stagioni: dai “risvegli di aprile” al tepore di giugno, dalla “sera d’estate” quando – dice il poeta -“si mulinava scaciati in tentazione / come in un previo destino gioviale / a saltare nei fossi tra le pie risate”, e quando “nelle scorribande di festa in testa / era persa la cognizione del tempo / e si giocava per l’immortalità”.
Questa elegiaca meditazione sulle stagioni trova il suo punto di forte espressività semantica anche nella sezione “L’azzurrità”, ove sono gli occhi il fondamento di una poetica che diventa specchio di un forte “sentire interiore”: gli occhi fanno “luce al giorno per esistere” e sostanziano il valore di un legame che incatena: “…portami ancora e sempre dentro di te // che io porti te in me come se fossimo / ancora e sempre oggi come ieri / incatenati alle maree di le mont sant – michel”.
“Lo spolverio delle meccaniche terrestri” è un libro che conosce altezza e profondità di pensiero, un pensiero nutrito di dimensioni filosofiche che non cedono a intellettualismi ma che sanno invece incarnarsi nelle forme quotidiane nella vita, come si evince dalle poesie “La ronda sopra i marciapiedi”, “Pomeriggio al bar”, “Autentici al bar”, La metropolitana”, “Metafisica dello stiro”.
In quest’ ultima sezione che chiude la silloge, scorre un “lieve fruscio di vita insonne”, “la misura del tempo”, “la trama di pensiero e di domande” “il gioco dell’usura con le sue blandizie”; si formano altresì scenari nei quali il rapporto tra passato e presente, rivisitato dalla memoria, si fa “nostos” allo stato puro, come nella poesia “Segnacoli dei tempi”:

“…segnacoli dei tempi e della fretta
una volta si sostava all’angolo
del bar per ore a chiacchierare

l’asfalto s’incrostava con la polvere
era diversa la realtà del dire e fare
e si guardavo le cose con piacere…”

Per concludere, la poesia del secondo Soldini si offre sicuramente come raffigurazione “ab imis” dell’ essenza ontologica più vera del poeta stesso; e questa sua ultima opera ove il simbolico, il metaforico e l’analogico disvelano un mondo spirituale trasceso nell’immanenza, punta a divenire lo statuto epistemologico del suo nuovo e innovativo percorso poetico. Ne viene fuori una sorta di “positiva, e inquieta nel contempo, rivelazione” di un “Io poetico” che fluisce sapientemente, come acqua da fonte, dentro tutta la versificazione, grazie alla magia della parola che procede per sintesi, per folgorazioni, per intuizioni, disegnando un mosaico di pensieri, sentimenti, emozioni, concetti che, nel loro “ubi consistam”, oltrepassano ogni forma di disordine in virtù di un poetare che raggiunge ordine e armonia anche morale.
Maurizio Soldini sceglie poi, in questa seconda fase del suo cammino poetico, un linguaggio che mette in circuito un lemmario ipèrmetro che passa dallo specialistico, dalla raffinatezza e ricercatezza alla colloquialità usuale e semplice; il poeta passa da un codice lessicale che vede l’uso di termini specialistici come “ipocondrio”, “resilienza”, “sacertà”, “antalgia”, “logica binaria” ad un lemmario ove si trovano termini come “bar”, “scalino”, “spifferi”, “persiane”, “segatura”, “palla a centro” fino a termini che appartengono ad una quotidianità linguistica libera da inibizioni ( “cagnara”, “civetteria”, etc.. ). Anche la rinuncia alla punteggiatura è una scelta che indica la volontà del poeta di dare ai suoi versi una spinta verso una direzione metacognitiva non vincolata a parametri formali; cosa che da una parte rende più complessa la lettura, ma che dall’altra costringe il lettore che ama la poesia e che non si ferma solo ad uno stadio emozionale, ad entrare nel mondo gnoseologico dell’autore, il quale , come è noto, è un personaggio che ama e crede nella filosofia che mette al centro la persona. La poesia Soldini vibra, infatti, di un respiro filosofico, e la sua poesia e filosofia hanno in comune la vita e le domande su di essa, il problema della conoscenza e, in particolare, la meraviglia.
In questa silloge convivono il filosofo e il poeta con il “senso dell’intus-ire”, cioè dell’entrare dentro, del “leggere dal di dentro” la realtà e la vita nella sue articolazioni più variegate, con la consapevolezza “del divenire incessante di ogni cosa, – direbbe Emanuele Severino – e dell’annientarsi di tutto ciò che appare e quindi anche dell’uomo, che è colui che pone questa domanda” sulla vita.
Soldini, insomma, mosso dall’ispirazione, con i suoi versi dice e non dice ; nella sua poesia i sentimenti, le cose, gli oggetti e le figure al tempo stesso sono e non sono; sono quel che appaiono ma rimandano ad altro; sono analogici, connotativi , denotativi, allusivi e “ri-creativi”; sono simbolici e producono la coesistenza di elementi che in qualche caso non potrebbero stare insieme, ma che il poeta unisce in modo originale nella parola poetica, ove ogni cosa è se stessa e rimanda anche a qualcos’altro d’indeterminato ad un “oltre”, ad un “inaccessibile”, ad un “indecifrabile”, direi al mistero, con la consapevolezza – come lo stesso autore scrive nella poesia “L’ubi consistam“ che:

…in mezzo a questa piazza la fontana
trasuda come un cero di calore
l’ubi consistam è il nome della rosa

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