IN PUNTA DI LIBRO…. di Domenico Pisana La silloge “Il mare nell’anima ”, del medico – poeta calabrese Emanuele Aloisi

0
344

Emanuele Alosi è alla sua seconda silloge poetica. Dopo la raccolta “L’eterno viaggiatore”, Kimerik 2017, ove l’autore opera, grazie ad una costante circolarità ermeneutica tra tempo e storia, una rappresentazione allegorica della “grande odissea umana” come evidenzia Marco Onofri, in questa seconda avventura poetica si muove dentro lo spazio di un eloquio lirico che scuote e commuove, perché sa scavare dentro le fibre dell’anima per trovare risposte di senso a quel bisogno di conoscenza che già nella lirica d’apertura , con il ricorso all’anafora e il cuore rivolto ad un “tu”, appare evidente: “Dimmi che sei tu…/ Dimmi che sei tu / a conficcarmi nella carne / salsedini di chiodi e di germogli…”
Emanuele Aloisi è un uomo, un cittadino di questo tempo che esercita la professione di Medicina generale e di consulente medico-legale per il tribunale di Vibo Valentia, nonché specialista in Nefrologia e dialisi e dedito alla ricerca e alle pubblicazioni medico-scientifiche in collaborazione con l’Università di Messina e di Bologna. Ma se con la sua professione cura il corpo, con la letteratura e la sua poesia vuole curare l’anima, lo spirito; egli, infatti, con questo libro di poesie non ha voluto produrre un’opera d’arte, ma nenache giocare con le parole, quanto, piuttosto, disvelare e soprattutto farsi ascoltare.
La vita per Aloisi non è infatti indifferenza, non è rassegnazione né adeguamento passivo alla realtà, ma sintesi di sguardi affettivi e di libertà, di intuizioni interiori e sensibilità culturale; sintesi che si avvale di un registro linguistico che conosce le palpitazioni di un’anima che vuole ritrovare se stessa e sintonizzarsi con il tempo che “sussurra /su queste sponde d’attimi / e ci racconta dell’eterno/ nell’eco delle onde”.
Aloisi entra con orizzonti tematici, ora più intimi ora dichiarativi, nelle pieghe del suo vissuto coscienziale, vissuto che si fa insistentemente voce di canto: per ricordare, ad esempio, Matteo Vinci, fatto saltare in aria per un pezzo di terra; per trasfigurare, altresì, il dolore e il coraggio della madre e per stigmatizzare il silenzio di un ‘altra madre: la terra. Si legga , a riguardo, la lirica “Un fazzoletto”, strutturata su una dicotomia di ispirazioni creative che convergono nell’unità di una denuncia e di un sentire poetico attraversato da sintagmi e lemmi dal respiro elegiaco, malinconico e crepuscolare: “indifferenza”, “abitudine”, “scheletri”, “lacrime”, “candelabri”, “gladioli” “cera”, “marmi”, “nostalgia”, “strazio”, “lutto”.
Intensa e delicata appare in questa silloge l’osmosi tra emozione e riflessione, che trova approdo nelle liriche “Al di là” e “Un orologio al muro”. Nella prima, il poeta costruisce un percorso introspettivo e fortemente giuocato su raffronti analogici (“invisibile-percezione”, “parole-pietra”, “sangue – vene” ) calibrati su una dialettica tra il fisico e il metafisico, mentre nella seconda l’intensità emozionale che trasuda dai versi e che non è certamente psicologismo intimistico , tocca suggestivi livelli espressivi grazie alle modulazioni interiori che scaturiscono dall’esperienza di una visita del poeta alla Casa Museo del Nobel per la Letteratura Salvatore Quasimodo, nella città di Modica. Il testo della poesia si snoda quasi come relazione empatica con il sito quasimodiano, con gli oggetti della casa (“un orologio al muro, “un calamaio di pietra”), le figure, gli interni e gli esterni, il paesaggio e i suoi odori(“il gelsomino fresco”, “l’odore delle grondaie”, “il vento tra le fronde dei suoi pini”), la pioggia battente sui vetri, “la voce tremula di un mangianastri” e i riflessi di luce:

…Pareva uguale – il tempo –
la voce tremula di un mangianastri.
L’inchiostro era svanito, era svanito l’attimo,
il ticchettio dei tasti, un fulmine,
nel fremito il rumore di una luce
ha illuminato l’anima
lasciandovi le impronte di parole,
il vento tra le fronde dei suoi pini,
un orologio al muro, un calamaio di pietra.
Le piume scricchiolavano la vita.
“Un orologio al muro”
(un giorno a casa di Quasimodo)

La poesia di Emanuele Aloisi è pensiero che si fa tormento e che tocca vari temi del grande mare della vita: dall’amore all’odio; dalla criminalità all’omertà, dall’indifferenza sociale alla ricerca del bene, dagli affetti familiari alla malattia; dalla ricerca della fede alla fragilità delle relazioni; una poesia, altresì, impregnata di quella “parresia” greca che è la libertà di dire tutto con il “coraggio” della denuncia, e che il poeta paragona al pane, del quale deve conoscersi il sapore in attesa che possano maturare spighe di verità: “la giustizia miete gl’incubi, / la fame e gl’incubi dell’ingiustizia”.
La poesia di questo poeta calabrese è, insomma, la sostanza di un cuore sincero che sa stupefarsi di fronte all’immensità del mare, nel quale l’autore si immerge per iniziare la sua navigazione esistenziale con la consapevolezza del limite della ragione, ma con il desiderio di intercettare, dentro il mare della vita, ricorrendo all’ossimoro, quella “voce dolce-amara” che proviene da lontano e quella “mano” che possa far dire ad ogni uomo “In compagnia è più bello”:

“In compagnia è più bello
viaggiare in compagnia di solitudini
in questo mare immenso…”
“…E tra i contorni di risacche navigo
navigo in fondo a questa
voce dolce, a quest’amara voce.
Mi illudo che mi dondoli
nelle vertigini del tempo
e d’improvviso vomito
nelle voragini d’azzurro,
nel legno di una barca sulla terra.
(Da: “In questo mare immenso”)

Dunque poesia che nasce dalla vita realmente vissuta è quella di Emanuele Aloisi, il quale sa darci gli attimi del suo “esserci” tra senso e non senso, tra metafore e simboli, tra memorie e denunce. E così il poeta, nella poesia “Le ali di una capinera” dedicata a Francesco e agli ulivi calabresi, riesce persino a rivestire di tratti antropomorfici gli ulivi, che “Non hanno voglia di gridare”, ma solo di piangere, mesti / nei solchi dove tacciono gli agnelli, / dove per secoli ha cantato il gallo / e ancora canta nel silenzio…”; gli ulivi – scrive il poeta – hanno voglia “semmai di risplendere”.
Dentro questa metafisica del reale non c’è retorica, ma un affaccio d’umanità che diventa parola poetica tesa a inquietare “quelli che si riempiono di morte” e che riducono in cenere le città; Aloisi sente l’ansia di fermare sulla pagina frammenti di realtà percependo se stesso come sentinella con lo sguardo lungo: “… Se chiude gli occhi, il poeta / osserva coi binocoli d’inchiostro. / Il panorama è uguale, cambia il balcone del palazzo / il “pied à terre” di una veduta, nella città di cenere”, in “Nella città di cenere”.
Emanuele Aloisi , in buona sostanza, entra nel verso con una parola a doppio taglio e con un linguaggio che invita alla meditazione e che si dispiega dentro una tessitura concettuale allusiva e parenetica: si legga, a riguardo le poesia “Non chiamatelo favore” . Qui si avverte il soffio di una teologia della croce che vibra intensamente nella struttura della lirica, se è vero che la “tunica “, il “Golgota”, “il sangue”, “il legno”, “la ruggine dei chiodi”, le “spine acuminate”, “l’umile lenzuolo”, “il sepolcro”, il seppellimento costituiscono le figurazioni di un tematica in cui la morte si fa dono di senso e d’amore, che si muove tra l’umano e il divino toccando il filo del mistero.
In questa silloge troviamo ancora un vivo intreccio “tra lo spirito e i sensi” – direbbe Schiller -, atteso che l’autore riflette, scava nella sua spiritualità tormentandosi e riuscendo a disegnare la sua vicenda umana nel farsi degli accadimenti: dalla strage di Nassiriya del 2003 ( che fa dire ad Aloisi “… Che strana pace morire / per una morte che non muore mai / un cielo grigio che non spiove mai”) alla rappresentazione delle sue immagini memoriali legate agli affetti più intimi ( “…Ora comprendo le ragioni / perché tenesse le ginocchia sporche /e continuando a rimanere in piedi / sempre…, in “Anna” ), tutto diventa poesia madida d’anima che nasce alla vita e che viene riletta dal poeta nelle sue gioie e nei suoi dolori, nelle sue cadute, risalite e nella sua solitudine (“…E non incroci sguardi…”), configurandosi come un vero e proprio “sentiero” di senso:

La vita è un po’ come un sentiero
il vicolo di un borgo antico
ove cammini e camminando inciampi…

Scriveva Claudio Marabini in Qualcosa resta, Rusconi, Milano, 1975, che “quanto più la realtà ci assilla e rischia di rendere irrimediabilmente infelice la nostra vita, tanto più la poesia e la fantasia ci consolano, la letteratura diventa un bene necessario”: ecco, la poesia è per Aloisi un “bene necessario” con il quale egli riesce ad incarnarsi nella quotidianità della vita che assilla ogni uomo; ciò appare ben evidente in questa raccolta di versi ove c’è un pensiero poetante che unisce realtà e immaginazione e che si fa coscienza civile che denuncia ciò che rende infelice la vita nel suo rapporto con la terra e con gli altri, condannando, così, l’esistenza ad una condizione di orfanezza:

“…Orfano
è chi dimentica la Tenerezza
o la recide nel cordone
poiché è dovunque che una madre
abbraccia al petto un figlio:
nel carcere o nella guerra
in una barca in mezzo al mare,
in un lettino d’ospedale
nelle trincee di un silenzioso pianto.
Orfano
è chi degrada la sua terra
spogliando gli alberi di foglie,
strappando gli orfani
germogli d’albero, e d’ogni ramo
albero. Orfano
è chi non sa di appartenere
a una corteccia, alla sua voce
a un’esistenza divenuta canto
se la cantiamo insieme.
(La tenerezza di una Madre)

E’ un autore, Emanuele Aloisi, che dispiega la sua versificazione tra la dimensione più intima e quella sociale, come appare evidente dalle liriche “L’odore delle lacrime” e “A cinquant’anni”, dedicata, quest’ultima, a una donna vittima di violenze, mai dimenticate; ed ancora le liriche “L’ultima chiamata”, dedicata a Benedetta Podestà, la giovane italiana morta nell’incendio a Londra; “In Via D’Amelio”, “La notte della guerra” , dedicata ai bambini della Siria, e tante altre poesie ove si fa sempre più marcata la sua coscienza civile che vive il dolore per le vittime di mafia, per la morte di Paolo Borsellino e per tanti altri caduti a causa di una strisciante violenza ed indifferenza della società.
Poesia engaeé, in sostanza, maturata sul fronte di un pensiero critico che non si colloca nell’orizzonte di credi ideologici né di accomodamenti di maniera, ma che, al contrario, approda sulla pagina con libertà e autonomia di riflessione, ricorrendo, a volte, all’aprosdòketon di marzialiana memoria, alla costruzione di versi che vanno oltre l’usuale, lo scontato e il già acquisito, aprendo orizzonti inaspettati nel lettore. Ed anche lo stile, le immagini, le metafore, i costrutti razionali concorrono alla chiarificazione di messaggi che non sono “piagnoneria”, sterile lamento, ma lavorio interiore, ricerca di un umanesimo che illumina i versi sia quando si allungano con toni più prosodici , sia quando si esprimono in testi lirici più brevi.
Certo è che la poesia di Emanuele Aloisi ama la chiarezza e l’autenticità e non si perde mai in elucubrazioni e strategie estetiche, risultando spesso pungente: “…Spiegalo ai bambini che dormono / cosa significhi sognare / se per cuscini hanno gli spigoli / di pietre, e per coperte le lamiere, / mentre le ruggini canticchiano / le nenie delle gocciole del sangue…”, in “La notte della guerra”; “…Ho ritrovato dappertutto spine / tra sicomori e fichi d’India appesi, / le zagare affossate nelle stive / annichilivano ogni nodo, / vacui profili di cortecce grezze…”, in “Alla ricerca del tempo perduto” ; “Non c’è bisogno d’invocare un Dio / qualunque nome abbia, qualunque terra / abbracci,/ se abbiamo mine nelle nostre mani, nelle parole / fiamme nei pori cenere di conoscenza…” in “Un Dio qualunque”; “Cosa significhi maternità / non lo sapete, voi…/ voi che vivete concubine / e complici vi ornate nei porcili./ Non ha valore la carne / per voi che la nutrite, la macellate …”, in “Maternità abortite”.
Ogni testo poetico non è, come si può notare, un costrutto verbale ma un affondo nel reale con piglio ora più delicato ora provocatorio, con timbri ora evocativi ora trasfigurativi, con rigurgiti di coscienza che mettono in circuito sensazioni, emozioni e sentimenti maturati dentro situazioni di concretezza storica passata e presente e per nulla chiuse dentro una visione immanentistica dell’esistenza, ma aperte a dimensioni di Trascendenza. Del resto è lo stesso poeta ad affermare “Io sono verticale / come qualcuno è stato, come lo sono in molti”, e in questa fede nel Trascendente trova risposte la sua poesia, il suo credere che la bellezza dell’uomo sta nella virtù del cuore, un cuore che riesce a vivere con sapienza e discrezione senza mai disperare .
In autori come Emanuele Aloisi, nella sua parabola letteraria e professionale, nella sua ansia di conoscenza si sostanzia pertanto, per concludere, una poesia che proietta sempre lo sguardo nella storia e in una attualità caratterizzata da malessere, storture sociali e morali; una poesia che crede nel fatto che la letteratura deve cercare “l’Oltre” cui sempre guardare, così da poter concorrere, a suo modo, a migliorare l’ordinamento sociale e il vivere in comune.
Certo, la sua visione del mondo e della storia è una piccola goccia nel grande mare che gli si agita nell’anima, ma una goccia che mantiene una propria identità e originalità, grazie anche ad un linguaggio poetico che rimane sempre unitario nel lessico sia quando sceglie il registro più colloquiale, sia quando costruisce geometrie di immagini che alzano il tono lirico, sia quando riesce a passare dalla materialità alla metafisica con una scrittura intensa e concentrata sulla concretezza della realtà, di fronte alla quale , conclude il poeta,

“…se prima o poi non ci svegliamo
facciamo finta di dormire, ancora”.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci un commento
Inserisci il tuo nome

4 × 1 =

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.