Viaggio intorno a Quasimodo a 50 anni dalla morte… di Domenico Pisana. Quasimodo e la poesia sociale: dall’ermetismo all’engagement/5

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La poesia di Quasimodo, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, si apre a nuovi sviluppi ed entra nell’orizzonte della cosiddetta poesia “engagée”, cioè poesia impegnata, poesia sociale. Una svolta? Un tradimento della poetica precedente? Una innovazione avventuriera o cos’altro? Su questa scelta quasimodiana si è discusso molto e la critica è stata alquanto dura e un po’ risentita. Al Nobel è stato contestato:

– di aver fatto una scelta opportunistica, dettata dalla nuova situazione storica (Giacinto Spagnoletti) ;

– di aver operato una scelta affrettata in quanto ancora privo della forza necessaria per affrontare la nuova fase di sviluppo della sua poesia. Il poeta, scriveva, infatti Spagnoletti (“Antologia della poesia italiana 1909-1949”, Guanda, 1950) “si è abbandonato unicamente alle sue doti letterarie. Ha aumentato il calore dei discorsi, portandolo spesso ad un piglio oratorio, ha affinato il gusto delle analogie, ha esagerato il giuoco delle immagini, ha impreziosito il carattere di quell’ idillismo, che si celava, come sappiamo, al fondo della sua poesia più ‘macerata’”;

– di aver posto in essere “un’operazione troppo scopertamente volontaria”, come ebbe a dire Gianni Pozzi (G. Pozzi, “La poesia italiana del Novecento”, 1965).

Un giudizio, quello di Pozzi, alquanto pesante, tant’è che sostenne, sempre riguardo alla svolta quasimodiana, che “l’immissione di nuovi contenuti (di per sé molto nobili e rispettabili), non si salvò dalla stilizzazione retorica propria di una certa tradizione italiana, dal Monti al Carducci. Per fare un esempio, quel ‘piede straniero’ sopra il cuore’, quelle ‘cetre’ poetiche appese alle arcadiche ‘fronde dei salici’ di una famosa poesia di “Giorno dopo giorno”, sono immagini sottratte al museo di cartapesta della retorica poetica nazionale…”

Anche la critica più recente ha ritenuto questo passaggio quasimodiano alla poesia engagée come foriero di risultati sostanzialmente “modesti” (Giulio Ferroni), mentre altri interventi critici hanno rimesso in discussione perfino il primo Quasimodo, se è vero che Edoardo Sanguineti (E. Sanguineti, “Poesia italiana del Novecento”, Einaudi, 1969) dà del Nobel un giudizio di mediocrità.

Ancora più pesante appare il giudizio di Pasolini, il quale arriva a dire che “In Italia il più grande poeta è Sandro Penna (mentre uno dei peggiori è Salvatore Quasimodo)” (P. Pasolini, in “Gente” del 17 novembre 1975).

Perché questi giudizi così pesanti e velenosi verso un poeta che l’Accademia di Svezia aveva insignito del Premio Nobel per la Letteratura? Invidia, gelosia o verità della critica? O cos’altro?

Certo è che i nuovi orizzonti sociali della poesia quasimodiana crearono “scandalo” all’interno della stessa scuola ermetica, che vide nel poeta un “traditore” di uno dei modelli di poesia prevalente durante il periodo bellico. È importante, allora, ai fini di un sereno giudizio critico, valutare questa nuova dimensione della poetica quasimodiana.

Noi riteniamo che parlare di “tradimento”, di “abbandono della poetica della parola” sia discutibile oltre che frutto di un giudizio condizionato da umori e risentimenti dell’ambiente letterario ermetico. C’è, a nostro avviso, invece, un “continuum nella diversità ed una innovazione”, che possono intravedersi nella versificazione che Quasimodo produce a partire dalla raccolta “Giorno dopo Giorno” del 1947.

 

Dall’interiorità al dialogo con la storia

 

Dopo la fine della guerra Quasimodo ha un mutamento di coscienza nella relazione con se stesso e con la società; egli avverte il bisogno di proiettare all’esterno la dimensione più profonda del suo essere, liberando la stessa “parola” poetica, che aveva accompagnato il suo primo itinerario lirico, dalle maglie di quella oscurità ed allusività che spesso ne rendevano difficile la comprensione.

Egli apre la parola alla storia, alla società, all’uomo che vive la sua quotidianità esistenziale, dando al suo eloquio lirico un tono più descrittivo e comunicativo.

Noi riteniamo che questo processo non possa considerarsi opportunismo o artificio etico, in quanto ci sembra normale e naturale che in una vocazione poetica lo svelamento di sé agli altri, alla società, anche all’uomo della strada mediante la poesia, abbia bisogno di realizzarsi con quella gradualità che è dettata dalla capacità del poeta di maturare nuovi rapporti con se stesso e con la storia.

C’è, come già dicevamo, un “continuum” tra il Quasimodo ermetico e il secondo Quasimodo, una continuità che mette in discussione anche l’idea di una “svolta”. L’ispirazione sociale ed etica di cui è imbevuta la parola poetica quasimodiana non è assolutamente in contrasto con la parola poetica delle prime raccolte; occorre, infatti, distinguere tra la “parola poetica ad intra” e “la parola poetica ad extra”. Semmai, il problema è del linguaggio e dello stile che contengono “la parola poetica”, linguaggio e stile che, certamente, non possono non risentire dell’evoluzione del contesto storico nel quale si situa la poesia stessa.

Riteniamo che sia fuorviante parlare, riguardo a Quasimodo, di apostasia o di rinnegamento dell’esperienza poetica iniziale; piuttosto, c’è, nel poeta, il bisogno di una “estensione” della parola, di un suo pieno completamento nell’incontro con la vita e la storia reale dell’uomo, pena la stanchezza e il rischio di trovarsi ingabbiato in una forma di “nominalismo” ove il cuore stenta a elevare il suo canto più autentico e vero: … “Le parole ci stancano, / risalgono da un’acqua lapidata; / forse il cuore ci resta, forse il cuore…” (Forse il cuore, in “Giorno dopo giorno”).

È come se, d’un tratto, si fosse risvegliata in Quasimodo la necessità di fare uscire dalla struttura ermetica e polivalente della sua interiorità ed intimità l’ io poetante, facendolo incontrare con le vicende italiane accadute durante la seconda guerra mondiale.

La silloge “Giorno dopo giorno” è il “culmen” di questa ansia di ispirazione sociale e civile di Quasimodo, e di essa ci occuperemo nel prossimo intervento.

 

 

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1 commento

  1. Di <> ho scritto a lungo in un contributo ( per il Convegno <>(Modica 14-16 m,aggio 1988) nel quale ho cercato di dimostrare la validità dell’operazione narrativa (e sociale), operata dal poeta a partire da <>, lavorando soprattutto sui moduli stilistici (lessicali e linguistici) messi in atto fino alla stagione di <>, e sulle dislocazioni di trame narrative tra favola,parabola,aneddoto, procedure di nominazioni e rilevamento storico. Quasimodo si fa cronista non abbandonando la sua originaria modulazione lirica fondata sulla forza totalitaria della parola ( e su echi e vibrazioni ritmiche), nel secondo tempo trattata in funzione analogica. Le aspre,e ingiuste critiche, di tanti interpreti non sono andare al di là di giudizi impressionistici ed emotivi.

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