La lettera di una turista: “Scicli, che gioiello. Ma perché non vi prendete cura delle strade e del Geodetico?”

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SCICLI, 28 Maggio 2026 – “Una piccola vacanza, una prima volta in una città che mi ha colpito. Scicli è davvero un gioiello che ti apre il cuore, ti sorprende ad ogni angolo; dove il barocco non è solo architettura, ma identità viva; le pietre raccontano storie e le piazze sembrano scenografie naturali. Inizia così la lettera arrivata in redazione e firmata in calce con le iniziali di L.V. . Una città accogliente e incantevole, – si legge nella nota – che dovrebbe essere motivo di orgoglio profondo. Scicli da cartolina, il centro storico che sembra un museo a cielo aperto. La chiesa di San Matteo – continua – che domina il panorama di Scicli, mi ha lasciata a bocca aperta — maestosa e solenne, nel cuore della città. E poi, udite udite: gli sciclitani… sono gentili! Mi hanno sorriso, aiutato, dato indicazioni”.

L’ospite occasionale è la zia di una giovane atleta che nei giorni scorsi ha raggiunto Scicli da Roma per vedere la nipote prendere parte a un torneo di mini-volley.
Eppure — e qui arriva la nota stonata — qualcosa stride. Ha espresso profonda delusione per il “trattamento” riservato alla straordinaria bellezza circostante. Provata rabbia, in particolare, per il geodetico di Jungi, le cui condizioni igieniche sono state definite “indegne”.
Ciò che ha visto, però, le provoca profondo dolore. “Ero lì per un motivo semplice e bellissimo – afferma -, vedere giocare mia nipote. Una festa di sport e di infanzia. Un’occasione per unire la gioia dei bambini alla bellezza del territorio. Un connubio perfetto, sulla carta. Ma la realtà è stata un’altra. La struttura sportiva che avrebbe dovuto ospitare questi giovanissimi atleti versava in condizioni igieniche indegne. Non si tratta di una svista o di un dettaglio trascurabile, ma di sporcizia evidente, servizi igienici impraticabili, un livello di incuria che non può essere accettato, soprattutto quando si parla di bambini e famiglie”.
Stupore che lascia spazio all’incredulità. Secondo il parere della lettrice non è solo una questione di organizzazione, ma di responsabilità. “Un Comune – commenta – che presenta in queste condizioni l’unico impianto sportivo di cui dispone non può chiamarsi fuori”.
Ma da lei vengono evidenziate delle responsabilità diffuse, che interessano pure “chi conosce quella situazione e decide comunque di ospitare – riporta la nota – un evento interprovinciale senza pretendere standard minimi, accettando un contesto opposto rispetto a quello raccontato. È responsabile anche chi, davanti a una denuncia civile, reagisce attaccando invece di ascoltare”.

Secondo la lettrice il punto non è trovare un colpevole unico, ma riconoscere che “quando il degrado viene tollerato, diventa sistema, finendo per coinvolgere tutti. Non basta dire ‘facciamo quello che possiamo’. Se è l’unica struttura disponibile in città, allora si pretendi che lo diventi. Inconcepibile affermare che ‘anche altrove è così’. Accettare questo significa essere parte del problema. Lo sport giovanile – prosegue la firmataria della lettera – dovrebbe insegnare valori. Ma il primo valore è il rispetto. Un concetto che passa anche, e soprattutto, da ciò che si offre ai ragazzi: ambienti dignitosi, puliti, sicuri. Non si può parlare di educazione mentre si normalizza l’incuria, né chiedere silenzio a chi lo fa notare.”

Per la scrivente denunciare non è un atto contro una città. “Scicli non merita che la sua straordinaria bellezza – si legge nella nota – venga contraddetta da una gestione così superficiale dei suoi spazi. Chi arriva da fuori, animato da entusiasmo, affetto e orgoglio, non deve andarsene via con un senso di amarezza. La bellezza obbliga a essere coerenti, pretendere di più. Bisogna rifiutarsi di accettare che questo contesto desolante diventi normale”.

“In una città così straordinaria, conclude la missiva di L.V., zia di Elisa, chi ha deciso che tutto questo potesse andare bene?”.

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