Scuola e vaccini…l’opinione di Rita Faletti

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Il Covid-19 continua a girare, mutare senza sosta e infettare. In Italia, i contagi tra non vaccinati sono dieci volte superiori a quelli tra i vaccinati con la terza dose. TI e ospedali sono occupati per 2/3 da No vax, che, se fossero coerenti con la loro dottrina, dovrebbero rifiutare i ricoveri e le cure così come rifiutano i vaccini e la realtà dei numeri. Ma la paura della morte, che come diceva Totò è una livella, rende vigliacchi. Contestare è legittimo, ma non si può fare con i numeri. I numeri sono impermeabili a qualsiasi tentativo di discredito, sono una semplice, neutrale, innocua fotografia dei fatti. Ma i No vax sono nemici dei fatti. Allora? Allora, la soluzione migliore è l’obbligatorietà del vaccino. In un’intera popolazione di vaccinati con doppia dose di Cominraty (Pfizer/BionNtech) o Vaxzevria (Oxford AstraZeneca) e ½ dose (booster) di Moderna, la risposta immunitaria assicurerebbe una minore circolazione delle varianti e metterebbe al riparo da forme gravi della malattia. Per quanto tempo? Dipende dalla pericolosità della variante. Per fare un esempio, il vaccino contro il Vaiolo, eradicato dagli anni 80, garantiva una elevata immunità per 3-5 anni. In caso  di una ulteriore vaccinazione, la durata era maggiore ed efficace nel prevenire l’infezione nel 95% delle persone vaccinate. Quindi, che senso ha non vaccinarsi? E’ una dimostrazione di libertà? Una ribellione contro l’establishment? O un atto di masochismo e egoismo al tempo stesso? Ma tant’è. Gli irriducibili sono una minoranza che potrebbe ridursi nel tempo anche per effetto della selezione naturale: i più fragili, prima o poi, soccombono. Credo sia stato dato troppo spazio all’irrazionalità dei pochi contro la razionalità dei molti e credo anche che la democrazia, nelle emergenze, sia inefficace. C’è però un tema che interseca la questione vaccinale, e riguarda la cenerentola del paese: la scuola. Ieri Draghi e in particolare il ministro dell’Istruzione Bianchi, hanno dedicato alla scuola uno spazio che mai prima, con tanta serietà e chiarezza, era stato dedicato a quelle che sono le fondamenta di una nazione, la base del vivere civile, il luogo in cui si forma il capitale umano più importante. E’ stato spesso osservato che l’Italia non è un paese per giovani. Lo dimostra il fatto che i più capaci e coraggiosi lasciano ogni anno il paese, privandolo delle sue risorse migliori e regalandole a paesi i cui governi, intelligentemente, puntano sulle nuove generazioni per la costruzione del futuro e la crescita. E’ in questo spirito che il governo Draghi ha deciso di aprire le scuole. La situazione è decisamente diversa rispetto a un anno fa, quando le primule di Arcuri preannunciavano l’arrivo della primavera con la contrazione dell’anno scolastico in presenza a 65 giorni e la parziale integrazione con lo smart working, una festa per gli insegnanti sfaccendati che “hanno passione solo per lo stipendio” (Galimberti). Gli studenti sono stati derubati per troppo tempo del diritto all’apprendimento in presenza, alla partecipazione attiva e alla socializzazione, con gravi conseguenze sulla psiche e sulla strutturazione della personalità. “La scuola, ha detto il premier, è fondamentale per la nostra democrazia, va protetta e aiutata. Non ci sono motivi per chiuderla. Non si chiude la scuola prima di tutto il resto”. E c’è un motivo in più per essere d’accordo con Draghi. Stando ai dati Ocse-Pisa, in Italia uno studente su quattro non raggiunge competenze alfabetiche sufficienti, con risultati complessivamente peggiori al Sud, con la sola eccezione dell’Abruzzo, e livelli in linea con la media Ue al Nord. Gli ultimi posti sono occupati da Sardegna, Calabria e Campania. Questo distacco si è allargato a causa della pandemia, con conseguenze che pesano fortemente nell’acquisizione delle abilità verbali e di ragionamento, indispensabili al raggiungimento di competenze trasversali, sempre più richieste per l’accesso al mondo del lavoro. L’istruzione e la formazione non devono essere sacrificate a interessi politici e giochi di potere o all’incompetenza di chi è ancora convinto che “uno vale uno”.

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