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Va ai domiciliari dirigente Eni sciclitano. Disastro ambientale per sversamento di greggio. Con lui 13 persone indagate

Un dirigente dell’Eni, Enrico Trovato, originario di Sicli, dirigente dell’Eni, all’epoca dei fatti responsabile del Centro oli di Viggiano, in provincia di Potenza, è finito agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta su una fuoriuscita di petrolio verificatasi tra il 2016 e il 2017 e che contaminò il “reticolo idrografico” della Val d’Agri, invadendo 26 mila metri quadrati di suolo e sottosuolo nella città potentina. Insieme a Trovato, ex responsabile del Distretto meridionale di Eni(ora è in servizio all’estero), sono indagate 13 persone tra le quali anche componenti del comitato tecnico regionale della Basilicata, il cui compito era controllare l’attività estrattiva, e la stessa società petrolifera. Nel provvedimento, il Gip di Potenza Ida Iura, si fa riferimento ad una “precisa strategia condivisa dai vertici di Milano, per nascondere i gravi problemi”, definendo la condotta di “sconcertante malafede e spregiudicatezza”.

Eni aveva ammesso uno sversamento di circa 400 tonnellate di greggio anche tra agosto e novembre 2016. A metà aprile 2017 poi la Regione Basilicata decise di chiudere il Cova per il mancato rispetto di alcune prescrizioni ambientali. Tre mesi dopo, il 18 luglio, lo stabilimento era tornato a funzionare. “Dobbiamo ringraziare – sottolinea il procuratore capo di Potenza, Francesco Curcio – una persona che non c’è più ovvero Gianluca Griffa”. Il riferimento è al responsabile dell’impianto, trovato impiccato in un bosco in Piemonte nel 2013. Nel novembre del 2017, saltò fuori una lettera scritta proprio da Griffa alla magistratura inquirente poco prima del suo decesso: “Eni sapeva degli sversamenti dal 2012”, scrisse.

La procura di Potenza ipotizza i reati di disastro, disastro ambientale, abuso d’ufficio, falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale. All’inizio del 2017, dopo il ritrovamento di petrolio in un depuratore, si arrivò al sequestro di un pozzetto. Si accertò che il petrolio era passato nella rete fognaria e poi nella rete idrografica circostante, a due chilometri dalla diga del Pertusillo, che fornisce acqua alla Puglia e, per l’irrigazione, ad oltre 35mila ettari di terreno.

Il petrolio era fuoriuscito dai serbatoi di stoccaggio, ma le perdite non erano “mai state comunicate agli organismi competenti”. Successivamente, l’Eni decise di dotare i serbatoi di doppifondi. Secondo i magistrati, l’Eni tenne un atteggiamento di “sostanziale inerzia” nella vicenda delle perdite di petrolio, mentre quella del comitato tecnico regionale – organo di vigilanza sugli impianti a rischio di incidente rilevante – fu una “consapevole inerzia” perché prima prescrisse maggiori controlli ma poi non sanzionò la loro mancata attuazione.

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