“Mal di mare” di Michele Giardina presentato a Ragusa

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Altra tappa importante giovedì sera a Ragusa di Michele Giardina con il suo “Mal di Mare”. Ospite del Centro Studi “Feliciano Rossitto”, il giornalista-scrittore pozzallese, autore di una seria e rigorosa indagine su alcuni aspetti inquietanti del fenomeno migratorio, è stato seguito da un pubblico numeroso e attento che, al di là di visioni e considerazioni diverse sul complicatissimo tema trattato, alla fine ha riservato un caloroso applauso all’autore per la chiarezza del suo intervento.
Dopo il saluto di benvenuto del presidente del Centro Studi on. Giorgio Chessari ed alcune considerazioni importanti sul contenuto del testo, il moderatore dell’incontro, prof. Gino Carbonaro, ha avuto parole di profonda stima per Michele Giardina, di cui apprezza la chiarezza di idee, la prosa scorrevole e incisiva delle sue opere, il coraggio di indagare alla ricerca della verità. A seguire è intervenuto il dott. Salvatore Burrafato presidente dell’Unitre di Ragusa che ha ricordato di avere avuto il piacere di conoscere Giardina nel corso di un racconto teatrale realizzato dal prof. Andrea Tomasello di Scicli, presentato lo scorso maggio al teatro la “Badia” di Ragusa.
L’attrice Tiziana Bellassai ha quindi allietato i presenti con la prima lettura di alcuni brani del testo.
Seguito con molta attenzione dal numeroso pubblico presente ha preso la parola il prof. Uccio Barone. “Giardina – ha detto fra l’altro il noto docente universitario – affonda il bisturi con coraggio sul “malaffare” che spesso condiziona il sistema dell’accoglienza dei migranti, dagli interventi di alcune Ong non affidabili agli appalti poco trasparenti per forniture e servizi. Occorre ripristinare regole precise e norme internazionali per governare i flussi degli sbarchi, evitando illegalità e sprechi di pubblico denaro”.
Subito dopo la seconda lettura, è intervenuta la prof.ssa Grazia Dormiente.“Mare e città nelle opere di Michele Giardina – questo il commento della nota antropologa – non sono solamente indicatori contestuali, ma approcci narrativi coinvolgenti la salmastra storia di Pozzallo, la città mediterranea attraversata dal magma scottante dei flussi migratori contemporanei, abitati pure da abissali derive. Ad un’attenta riflessione già i titoli dei suoi avvincenti scritti – La Risacca (2009), Mare Forza 7 (2010), Mare Rotto (2016) Mal di Mare (2017) – non sono semplici nomenclature, piuttosto rivelano come la sua vena narrativa sia decisamente figlia del mare.
In Mal di Mare, la cornice d’apertura inerente lo Scordapene luogo di memoria delle storie dei marinai e dei pescatori pozzallesi e quella di chiusura, titolata Ciao mare, amico mio carissimo, ricoprono il ruolo di marcatori culturali della città, del mare e dei suoi mutamenti. Anzi il ricorso alla narrazione in prima persona traduce l’alfabeto emozionale dell’autore, deciso a ricercare la verità sul tremendo e a volte luttuoso epilogo delle fuggevoli maree dei migranti. In mare, in effetti non esistono stranieri, ma solo uomini, persone. E’ stato sempre così. Lo sanno bene i marinai, che conoscono il valore della solidarietà. La città di Pozzallo con Michele Giardina può e deve comprendere quanto sia calzante la dimensione letteraria e umana, donatale dal suo scrittore”.
Eseguita la terza lettura a cura della brava Tiziana Bellassai, il prof. Gino Carbonaro ha passato il microfono all’autore. Dopo avere elencato e spiegato i quattro progetti realizzati dall’Italia e dall’Europa per fare fronte alla mobilità forzata di centinaia di migliaia di persone – Mare Nostrum, Frontex Triton, Eunav For Med Operazione Sophia e Frontex Themis – Giardina ha concluso affermando:” Oggi in Italia su 60,59 milioni di persone, sei milioni vivono in povertà. In Europa su una popolazione di 500 milioni di persone, 120 milioni vivono in uno stato di bisogno. Pensare di risolvere il problema epocale della immigrazione accogliendo tutte le persone in fuga dalle loro terre verso l’Italia e l’Europa, è pura utopia. I ponti di cui parla Giorgio La Pira sono ponti di pace. Assolutamente si. Ma non sono a senso unico. Sono infrastrutture di straordinaria importanza che possono e devono essere utilizzate dall’Italia, dall’Europa, dall’Onu, dalle Organizzazioni umanitarie, dalla Chiesa e da tutti gli uomini di buona volontà per trasportare nei Paesi dell’Africa subsahariana progetti, idee, iniziative, attività, formazione, strumenti, attrezzature e quant’altro occorre per creare lavoro e ricchezza nelle terre dei fuggitivi”.

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