
Nel panorama della poesia italiana contemporanea, Franco Di Carlo, docente di Letteratura Italiana moderna e contemporanea nell’Università “La Sapienza” di Roma, è, sicuramente, una delle voci più significative e rilevanti, sia per la oggettiva compenetrazione tra ontologia e filosofia che attraversa il suo discorso poetico, sia per i processi intuizionistici del suo mondo interiore declinati sulla complessità dell’esistenza.
Il suo poetare porta in sé il respiro di una intellettualità segnata da numerosi saggi critici e studi di grandi autori della Letteratura come Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Calvino, nonché sostenuta da una solida pubblicazione di opere poetiche, tra le quali si segnalano “Nel sogno e nella vita” (1979), con prefazione di G.Bonaviri; “Il dono” (1989), con postfazione di G. Manacorda, ed una consistente serie, fra il 1990 e il 2015, di raccolte di poemetti, oltre una ventina, dei quali si sono occupati poeti e critici letterari di tutto rispetto. Dagli anni ’70, infatti, sono stati in molti a scrivere del poeta Di Carlo: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, Pomilio, Petrucciani, Linguaglossa.
La silloge di cui ci occupiamo in questa sede porta il titolo “La conoscenza”, ove confluiscono poesie che – come afferma l’autore – “fanno parte di un ‘discorso poetico’ iniziato negli anni Ottanta e proseguito fino ad oggi”.
Accostarsi alla lettura di questa silloge poetica di Di Carlo, significa certamente entrare in un’ opera che già nel titolo contiene una dichiarazione di poetica, atteso che, come del resto faceva notare Aristotele nell’ incipit della sua “Metafisica”, tutti gli uomini, per natura, aspirano alla conoscenza. E la conoscenza , sembra dirci il poeta Di Carlo, non è un atto meramente concettuale, quasi in contrasto con la dinamica del sentimento, che, nella versificazione, giuoca un ruolo primaziale e determinante, ma un “luogo di domanda e di senso” nel quale il cuore dell’uomo avverte tutti i contrasti dell’esistenza, contrasti che la poesia di Di Carlo sublima, trasfigura e tende a oggettivare in immagini e metafore che danzano nel verso oscillando tra l’essere e l’esistere, l’uno e il plurale, l’assoluto e il relativo, il limite e l’illimitato, la finitudine e l’infinito, la luce e la tenebra.
E questo viaggio dentro la conoscenza, Di Carlo lo affronta con inquietudine e coraggio e con la consapevolezza della fragilità umana: “Tenui schegge affrettano il passo./ Coraggio! Abbraccia l’inquietudine, / poeta impotente e lasso, / il disagio della depressione / spegne il fuoco. Annienta / la fragile scorza della solitudine…”(da: “Passi e passaggi”); si tratta di un “viaggio incessante nel nulla”, di un viaggio nel quale l’autore, distaccato dalla forza dell’istinto e dei desideri, si macera per la ricerca della “verità della condizione umana” :
“…Non cerco brutale appagamento
di istinti e desideri.
ma piena adesione alla verità della condizione
umana, alla sua autenticità
all’infelicità della sua fragilità…”
( “Parole leggere”)
Il linguaggio della versificazione affonda le radici in una classicità che si dispiega con la forza di un sentimento che ricorre al bisogno di guardare il presente con gli occhi del mito( “Risuona la voce di Orfeo”, “le donne di Tracia”), nonché di interpretare la realtà con una “ragione che identifica/ verità valori realtà”.
Di Carlo è un poeta che si fa cantore dell’ineffabile e dell’impercettibile, che considera “umile e piccola” la mente dell’uomo di fronte all’ordine naturale delle cose; è un intellettuale che percepisce se stesso come un “malato melanconico poeta” , un cercatore di quiete, di saggezza e di sapienza, virtù in grado di “placare la tempesta” e di far giungere ad una vera conoscenza.
Di Carlo cerca e canta con i suoi versi il mistero della vita, “il mistero della totalità / incommensurabile all’unità”, e rilegge criticamente gli scenari d’una umanità piegata alla “massificazione”, all’ “accessibile tecnicamente riproducibile”; le incursioni della sua anima nel mondo sensibile stigmatizzano “l’eterno conflitto” tra il bisogno di una “soggettività negata” e l’adeguamento ad un conformismo indotto dal “libero mercantilismo / dal dominio del facile ottimismo / del progresso…”
Nella seconda parte della silloge “La conoscenza”, il pensiero poetico di Di Carlo si struttura con una geografia di immagini che disegna le coordinate universali della dimensione ontologica dell’uomo: “il limite”, “il tempo edenico”, “la colpa”, “le false maschere”, “il male”, “l’inventario del non- essere”, “la sofferenza del linguaggio”, “l’errore senza conoscenze”. L’uomo, questo “moderno mutilato, anche se vivo”, cammina , secondo l’autore, sui sentieri di una liquidità esistenziale che lo riduce ad “eros maledetto /in bilico tra l’essere e il nulla”; lo piega alla “ferrea legge / del denaro , riduttiva e quantitativa..”, lo conduce negli spazi di una provvisorietà “sganciata da ogni forma di coscienza”:
“Ormai sono finiti gli emblemi della metafisica,
vuoti antidoti alle procedure della scienza,
finzioni da rimuovere, Enigmi provvisori…”
(“I libri del mistero”)
La poesia di Franco Di Carlo ha senza dubbio una forza struggente di sentimento che si trasforma in “logos travolgente” in cui scorrono e palpitano ritmi ancestrali ed edenici, richiami alla conoscenza intesa come dissenso all’omologazione e ritorno all’essere (“Ritornare dove già si è: questo è il processo / regresso da avviare sulla strada del pensare..”); come raggiungimento della meta interiore , del luogo che si è deciso di scegliere ( “ Arrivare al luogo scelto /, opposto a quello voluto dal progresso / nell’apparato tecnico…”); come ritrovamento della “casa della pace ” ove affidare tutto al silenzio, ivi compreso il dolore.
Come Dedalus, che era l’alter ego letterario di James Joyce, protagonista e antieroe di “Ritratto dell’artista da giovane” e importante personaggio dell’ “Ulisse”, il poeta Franco Di Carlo sembra essere il “diversamente alter” di questa nostra società, e nei suoi versi si trovano riflessi molti aspetti critici della post modernità e contemporaneità. Nella poesia “Dedalus”, infatti, c’è un tracciato scritturale complesso, veloce, pungente, insondabile, incalzante, dove ogni ideazione ( “ ritratto austero”, “Donazione per vocazione”, “scala d’oro”, “ethos spurio della polis”, “Nuovo Ulisse”, “Vitali architetture frammentarie”, “riverberi d’echi”, “fuochi d’arabeschi”, “dis-funzione simbolica freudiana”) denuda il suo tormento per il disorientamento metafisico del nostro tempo, con il ricorso a lemmi che tentano di scrutare il mistero e di indicare “il linguaggio che chiama e che parla” e “ la strada (che) invade il pensiero e che prepara altre vie parallele”.
C’è una dolente meditazione in questa raccolta di Di Carlo, un profondo atto ermeneutico che si affida ad un pensiero e a flussi coscienziali che ne fanno una poesia filosofica, atteso che – direbbe Friedrich Schlegelavrebbe – “là dove cessa la filosofia, deve cominciare la poesia”.
La poesia di Di Carlo, pur se non di facile approccio e comprensione, è coinvolgente perché fa volare il lettore sulle “ali del pensiero”, facendolo immergere dentro aspetti della vita umana che non sono né esprimibili , né cantabili, né definibili; solo “ il poeta – si legge nella poesia “La conoscenza” – conosce modi e termini, li misura e rivela, trattenendo / la parola data, nulla perdendo./ Afferma il mistero, compone il suo dire. / Sgomento il suo canto nascosto e stupendo /costruisce la pietra fiabesca del regno /che resta in lontananza e riempie il silenzio / raggiunge il segno dell’Evento unico…”.
L’ispirazione di Di Carlo è complessa e intrigante, scorre nell’alveo di una parola poetica che mette in relazione poesia e filosofia, il reale e l’ideale; i suoi versi vogliono rappresentare la dialettica tra ideale e reale non solo “in abstracto e more philosophico” , ma in rapporto alla vita individuale e collettiva dell’uomo, alla storia e alle sue trasformazioni.
In questa silloge, per concludere, Franco Di Carlo sembra dirci – volendo parafrasare lo scritto di Heidegger “Fenomenologia e teologia”, che la poesia costituisce la possibilità di comunicazione d’esistenza, che la parola poetica è, per lui, un modo di esistenza del suo “esserci umano”, e attraverso di essa egli desidera esprimere tutta la sua interiorità , il suo modo di vedere, di pensare, di sentire, di dire; e in essa accoglie e racchiude, in modo unico e irrepetibile, la realtà e l’irrealtà, il senso e il non senso, l’essere e il non – essere, il noto e l’ignoto, il limite e l’illimitato, il finito e l’infinito, l’immanenza e la trascendenza, il qui e l’altrove, chiamando all’essere tutte le cose: quelle che sono perché sono, e quelle che non sono perché siano:
“…Siamo e non siamo in questo luogo:
la parola ci precede, chiamati dal dire
iniziale, mostra la luce celata
porge il mondo velato fondamento,
approssima al vicino approdo, punto
presente dura e permane, reclama
lo sguardo. Un cenno. Il padre avviene
e perviene all’arrivo espressivo processo di segni”.
(da: “La conoscenza”).













