Cgil. Giovani, la provincia di Ragusa perde quasi il 7% dei residenti tra i 18 e i 35 anni

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Ragusa, 25 giugno 2026 – L’apparente tenuta della provincia di Ragusa rispetto alla fuga dei giovani è, in realtà, un’illusione statistica determinata dalla forte crescita della popolazione straniera residente. Dietro un dato che potrebbe apparire meno allarmante rispetto alla media siciliana, si nasconde infatti un fenomeno ben diverso: migliaia di giovani iblei continuano a lasciare il territorio per costruire altrove il proprio futuro. È quanto emerge dall’ultimo focus elaborato dall’Osservatorio della CGIL di Ragusa su dati Istat, nato anche a seguito dell’analisi pubblicata dal Sole 24 Ore sul calo della popolazione giovanile nel Mezzogiorno. Lo studio approfondisce il caso della provincia di Ragusa, consentendo di leggere i dati oltre la loro apparenza. Tra il 2019 e il 2026 i residenti tra i 18 e i 35 anni sono diminuiti di 1.524 unità (-2,2%), un dato nettamente inferiore alla media siciliana (-7,3%). Ma questa riduzione più contenuta è dovuta esclusivamente al consistente incremento della popolazione straniera residente, cresciuta nello stesso periodo del 28,6%, mentre i giovani stranieri sono aumentati addirittura del 27,06%, con oltre 2.600 nuovi residenti appartenenti proprio alla fascia tra i 18 e i 35 anni. Quando però si elimina l’effetto della migrazione internazionale, il quadro cambia radicalmente. L’elaborazione della CGIL evidenzia infatti che nello stesso periodo ben 4.145 giovani residenti hanno lasciato la provincia di Ragusa, pari ad una riduzione del 6,97%, un dato sostanzialmente allineato a quello registrato nel resto della Sicilia. Secondo la CGIL, dunque, non si può parlare di un territorio capace di trattenere i propri giovani. Piuttosto, la crescita della popolazione straniera compensa statisticamente l’esodo delle nuove generazioni nate e cresciute in provincia. “La nostra provincia continua ad offrire opportunità occupazionali, dichiara il segretario generale della CGIL di Ragusa, Giuseppe Roccuzzo, ma dobbiamo chiederci quale tipo di lavoro stiamo offrendo ai nostri ragazzi. Esistono imprese virtuose, aziende che rispettano i contratti e garantiscono occupazione di qualità, ma permane anche una parte significativa del mercato del lavoro caratterizzata da precarietà, lavoro povero, dumping contrattuale, part-time involontari e condizioni che non consentono ai giovani di costruire un progetto di vita.” Secondo il sindacato, è proprio questa qualità insufficiente dell’occupazione a rappresentare uno dei principali fattori che alimentano la mobilità verso il Centro-Nord e verso l’estero. “I nostri giovani, prosegue Roccuzzo, non rifiutano il lavoro. Rifiutano lo sfruttamento. Dopo avere investito anni nello studio e nella formazione, non sono più disposti ad accettare occupazioni precarie, frammentate, sottopagate o prive di prospettive professionali. È questo il vero nodo che il nostro territorio deve affrontare.” Il fenomeno, osserva ancora la CGIL, riguarda ormai diversi comparti produttivi. Se storicamente la manodopera straniera ha trovato occupazione soprattutto nel settore agricolo, oggi la richiesta interessa sempre di più anche edilizia, ristorazione e turismo, ambiti nei quali cresce la difficoltà di reperire personale locale. “Non è soltanto una questione salariale, aggiunge Roccuzzo, ma anche di qualità dell’occupazione e di coerenza tra il percorso di studi e le opportunità offerte dal territorio. Molti giovani laureati o diplomati non trovano sbocchi professionali adeguati alle competenze acquisite e sono costretti a cercare altrove quelle possibilità di crescita personale e lavorativa che qui non riescono a trovare.” Un ulteriore elemento di criticità riguarda il rapporto tra sistema formativo e mondo produttivo. “La formazione professionale deve diventare uno strumento realmente capace di rispondere ai fabbisogni delle imprese e alle aspettative dei giovani. Il sistema del click-day non sempre premia i corsi di formazione richiesti dal territorio e genera percorsi che non dialogano con il tessuto economico locale. Occorre privilegiare la qualità dei progetti e la loro effettiva capacità di creare competenze spendibili nel mercato del lavoro, piuttosto che meccanismi esclusivamente procedurali.” Per la CGIL di Ragusa il tema della fuga dei giovani non rappresenta soltanto un problema demografico, ma costituisce una delle principali emergenze economiche e sociali del territorio. “Ogni giovane che lascia questa provincia, conclude Roccuzzo, porta con sé competenze, professionalità, capacità di innovazione e futuro. Se vogliamo invertire questa tendenza servono politiche che mettano al centro il lavoro stabile, dignitoso e qualificato, investimenti nella formazione realmente collegata alle esigenze produttive e un modello di sviluppo che consenta ai nostri ragazzi di scegliere di restare, non di essere costretti ad andare via. La sfida non è creare semplicemente occupazione, ma creare buona occupazione.”

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