“Nel corso di questi anni come organizzazione sindacale siamo venuti a conoscenza, per diretto riferimento, della grave condizione di prostrazione morale ed economica e di sfruttamento lavorativo di una percentuale non irrilevante di braccianti agricoli, sia di provenienza straniera che italiana, impiegati in tante delle nostre campagne al servizio dei produttori agricoli della fascia trasformata del nostro territorio. Conosciamo la reale sofferenza umana, sociale ed economica di questi lavoratori, che contribuiscono alla produzione agricola del nostro territorio, ma con una corrispondenza in termini di paga e di condizioni di lavoro nettamente al di sotto degli standard tariffari e di sicurezza previsti dalla contrattazione collettiva”. Lo sottolinea il segretario generale della Flai Cgil Ragusa, Salvatore Terranova – che, per questo motivo, ritiene sia giunto il tempo che sui rapporti di lavoro che i braccianti intrattengono con tante Aziende agricole del nostro territorio si faccia, una volta per tutte, chiarezza, per stanare l’evidente profilo distorsivo che caratterizza le strane forme di mediazione tra domanda e offerta perpetrantesi nel mercato del lavoro agricolo. E’ ormai dato quotidiano che dal mondo della produzione agricola vengono scoperchiate forme di dipendenza lavorativa che solcano impietosamente la dignità dell’essere umano e danno una cruda rappresentazione di ciò che è lo sfruttamento della manodopera locale o straniera, fino a rinfrescare alle nostre menti la memoria della schiavitù che ha attraversato il mondo del lavoro in passate epoche.
“Siamo consapevoli che quanto avviene in tante delle nostre campagne costituisce un giudizio negativo su tutti noi. Nessuno, infatti, può più tacere e nessuna istituzione può sottovalutare ciò che viene portato alla luce quotidianamente. Nessuno pensi sia ancora ammissibile temporeggiare senza intervenire, senza mettere in campo tutte le necessarie misure per rimuovere un male che sta avvelenando in profondità un patrimonio di eccellenza (l’agricoltura) di questa realtà territoriale e sta facendo arretrare il nostro territorio sia sul versante della cultura del lavoro sia in termini di qualità civile.
Il silenzio che avvolge le dannate condizioni di sfruttamento dei lavoratori agricoli è un macigno che deturpa la capacità di questo territorio di stare nel mondo globale e nei mercati mondiali e di rappresentare una comunità sulla cui laboriosità ha fondato la propria dignitosa condizione di benessere.
Per le sue interne peculiarità, il mondo della produzione agricola oggi – diciamolo – è il luogo nel quale emblematicamente si sta sempre più accentuando la debolezza della forza- lavoro, sia italiana che straniera, nel saper contenere lo strapotere del capitale e dell’imprenditore. Siamo consapevoli della crisi che attanaglia il comparto agricolo, ma non possiamo non sostenere che tale squilibrio si traduce in sottomissione del lavoratore, in un lavoro prolungato oltre gli standard temporali regolari, con un riconoscimento della paga giornaliera in molti casi dimezzata rispetto a quella prevista dal CCNL.
Questo territorio, la sua cultura, la sua identità socio-culturale e se volete la sua impalcatura economica, non possono più assistere al continuo stillicidio di interventi che fanno emergere un quadro di civiltà non in sintonia con i parametri di una moderna comunità”.





