Messico. Sinaloa nel caos: guerra tra cartelli e ombre sulla politica corrotta…di Giannino Ruzza

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Il nome del Cartello di Sinaloa torna a scorrere nei titoli internazionali come un fiume carsico che riaffiora ciclicamente, ma questa volta la superficie è più agitata del solito e sotto si intravedono fratture molto profonde. Nelle ultime settimane lo stato di Sinaloa, con la sua capitale Culiacán, è diventato il simbolo di una crisi che non è solo criminale ma anche politica, istituzionale, perché alle consuete dinamiche del narcotraffico si sono sovrapposte accuse pesanti provenienti dagli Stati Uniti, secondo cui settori della politica locale avrebbero intrecciato rapporti con alcune fazioni del cartello, in particolare quelle legate ai figli di Joaquín “El Chapo” Guzmán, i cosiddetti “Chapitos”. In questo scenario, il narcotraffico non appare più soltanto come un potere parallelo, ma come una forza capace di infiltrarsi nei meccanismi dello Stato, alimentando una zona grigia dove consenso, denaro e violenza si mescolano fino a diventare indistinguibili. Ma la vera novità, quella che rende la situazione più instabile e pericolosa, è la guerra interna che lacera lo stesso cartello: da una parte i Chapitos, dall’altra le correnti storiche legate a Ismael “El Mayo” Zambada, una frattura che ha trasformato le città e le campagne in un campo di battaglia diffuso, fatto di agguati, sparizioni e regolamenti di conti che raramente arrivano alla luce ma che lasciano dietro di sé un clima di paura costante. Le testimonianze raccolte sul territorio parlano di una quotidianità sospesa, dove le attività si fermano improvvisamente, le strade si svuotano al calare della sera e la presenza dello Stato appare intermittente, quasi simbolica, incapace di garantire una sicurezza reale. Il governo federale ha reagito con l’invio massiccio di forze armate e della Guardia Nazionale, trasformando alcune aree in zone di controllo militare, ma la strategia resta quella già vista negli ultimi anni: colpire i vertici, disarticolare le catene di comando, mostrare una presenza forte. Una linea che però si scontra con la natura stessa dei cartelli, organismi flessibili e resilienti, capaci di rigenerarsi rapidamente e di adattarsi a ogni pressione esterna. Intanto il contesto internazionale aggiunge ulteriore tensione: Washington spinge per un’azione più decisa e per chiarimenti sulle presunte connessioni politiche, mentre Città del Messico difende la propria sovranità e respinge alcune accuse, temendo che dietro ci sia anche una partita diplomatica e strategica più ampia. Sullo sfondo, la morte recente di figure chiave del narcotraffico in altre regioni del paese ha rimescolato gli equilibri, aprendo nuovi spazi di potere e innescando reazioni a catena che inevitabilmente si riflettono anche su Sinaloa. Il risultato è un sistema in ebollizione, dove ogni intervento rischia di produrre effetti imprevisti, dove la linea di confine tra ordine e caos appare sempre più sottile. In questo intreccio di violenza, politica e interessi internazionali, questo va sottolineato, la sensazione è che la crisi attuale non sia un episodio isolato ma l’ennesima manifestazione di un problema strutturale che il Messico non è ancora riuscito a risolvere, e che continua a ripresentarsi sotto forme diverse, adattandosi ai cambiamenti ma mantenendo intatta la sua capacità di influenzare profondamente la vita del paese.

 

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