
NOTO, 11 Settembre 2026 – Andrea Insenga Azzaro annuncia una protesta non violenta dopo aver ricevuto, a suo dire, l’ennesima cartella esattoriale che porta il conto richiestogli dallo Stato a 30 milioni di euro, collegata alla nota vicenda giudiziaria sulla ristrutturazione dell’ex Distilleria di San Paolo, a Noto, e a una presunta truffa relativa al Superbonus 110%. L’imprenditore sostiene che la propria famiglia sia estranea agli addebiti contestati e chiede all’autorità giudiziaria in sede di udienza preliminare di verificare le prove assunte dai propri avvocati, le modalità dell’indagine e le presunte omissioni documentali commesse dalla pubblica accusa.
Due anni di riserbo e l’avviso di conclusione delle indagini
Nel testo diffuso tramite social, il dott. Insenga Azzaro racconta che per due anni lui e la sua famiglia avrebbero mantenuto il massimo riserbo sui fatti che li hanno coinvolti, concentrandosi esclusivamente sulla difesa volta a ricostruire compiutamente i fatti che gli furono contestati. La vicenda riguarda la ristrutturazione del complesso immobiliare dell’ex Distilleria di San Paolo, a Noto, nell’ambito di un procedimento legato a una presunta truffa ai danni dello Stato.
L’imprenditore afferma che al tempo della pubblicazione della notizia ha subito una copiosa campagna di insulti e pregiudizi di colpevolezza basati, a suo avviso, soltanto su un comunicato stampa della GDF di Siracusa, che affermava apoditticamente e in sede d’indagini preliminari di aver scoperto una truffa ai danni dello Stato, messa in atto proprio dall’imprenditore netino e da sua moglie. Nonostante questo, lui e i suoi familiari avrebbero continuato a confidare nelle istituzioni giudiziarie, ritenendo che l’evidente assenza di condotte illecite li avrebbe messi al riparo da ogni possibile conseguenza. Secondo il suo racconto, però, le settimane, i mesi e gli anni sono trascorsi senza che la situazione si definisse.
Durante le indagini preliminari, la famiglia avrebbe cercato di chiarire, documenti alla mano, la propria estraneità ai fatti contestati. Nel giugno dello scorso anno, la Procura avrebbe notificato l’avviso di conclusione delle indagini, fornendo soltanto in quel momento, gli elementi dell’accusa a carico degli indagati.
Le contestazioni sulla documentazione
L’esame degli atti e le indagini difensive avrebbero portato, sempre secondo la ricostruzione dell’interessato, al ritrovamento di documenti falsi contenenti dichiarazioni colpevolizzanti mai rese. Insenga Azzaro sostiene inoltre che alcuni atti e documenti ritenuti decisivi per la difesa, perché potenzialmente idonei a escludere le responsabilità contestate, non sarebbero stati inseriti nel fascicolo giudiziario. Fatti questi che sono stati prontamente denunciati all’autiorità giudiziaria. A giudizio del legale difensore Avv. Daniele Pitingolo del foro di Roma, tali elementi sarebbero stati sottratti alla valutazione della difesa e, di conseguenza, non sarebbero stati esaminati dal giudice chiamato a valutare l’accusa. Da qui nasce la richiesta di accertare le presunte omissioni e le modalità con cui sarebbero stati formati documenti pubblici riportanti false dichiarazioni.
L’accusa sul frazionamento dell’immobile
L’ipotesi contestata sarebbe quella di truffa ai danni dello Stato, prevista dall’articolo 640-bis del codice penale. Secondo l’accusa, l’immobile di San Paolo sarebbe stato suddiviso in 77 unità catastali, classificate come collabenti, con l’obiettivo di aumentare l’importo del Superbonus 110%.
Insenga Azzaro respinge questa ricostruzione e indica almeno quattro ragioni a sostegno della propria posizione. In primo luogo, sostiene che il cosiddetto frazionamento fosse in realtà un normale allineamento catastale, richiesto dai precedenti proprietari e necessario per correggere un errore nella rappresentazione della planimetria catastale dell’edificio. Senza l’aggiornamento, afferma, i proprietari non avrebbero potuto vendere regolarmente l’immobile davanti a un notaio, in assenza dei requisiti previsti dall’articolo 29, comma 1-bis, della legge 27 febbraio 1985. Sarebbe inoltre mancato lo “stato legittimo” necessario per presentare una pratica di ristrutturazione o richiedere un mutuo bancario.
Infine, dopo la presentazione, la pratica di allineamento sarebbe stata esaminata e accettata dai funzionari catastali. La famiglia Insenga Azzaro avrebbe acquistato l’immobile in data 20 maggio, ovvero quando l’aggiornamento era già stato completato, senza apportare modifiche catastali.
L’elemento cronologico e l’entrata in vigore del Superbonus
Un ulteriore elemento di rilevante portata riguarda la cronologia. La procedura catastale sarebbe iniziata il 30 dicembre 2019 e terminata il 29 aprile 2020, in pieno lockdown dovuto alla pandemia. Il Superbonus 110%, invece, sarebbe stato introdotto soltanto il 19 maggio 2020, con il decreto-legge n. 34/2020, noto come “Decreto Rilancio”. Per questo motivo, secondo la difesa dell’imputati, l’ipotesi formulata dall’accusa appare assurda in quanto non sarebbe stato possibile prevedere che il frazionamento, comunque operato dai precedenti proprietari, avrebbe potuto incidere sui benefici della misura, poiché l’incentivo non esisteva né all’inizio né alla fine dell’operazione di allineamento catastale.
Inoltre la difesa si richiama anche le successive indicazioni dell’Agenzia delle Entrate. Nella circolare n. 23/E del 2022, a pagina 31, l’Agenzia avrebbe chiarito che: “in assenza di un divieto normativo espresso, è possibile fruire del Superbonus anche quando, prima dell’inizio dei lavori, un’unica unità abitativa venga suddivisa in più immobili distintamente accatastati, così da beneficiare di un limite di spesa più elevato”.
La cartella esattoriale e la protesta
Lo scorso 10 settembre, il Dott. Insenga Azzaro afferma di avere ricevuto una cartella esattoriale relativa allo stesso importo già oggetto di un primo e di un secondo sequestro effettuati nel 2024, questa volta posto in essere dall’agenzia delle Entrate. Parla quindi di una triplicazione del medesimo provvedimento e denuncia una presunta violazione dei principi di proporzionalità e adeguatezza del sequestro preventivo.
La somma complessiva indicata è di 30 milioni di euro, che, secondo Insenga Azzaro, lo Stato chiederebbe alla sua famiglia prima dell’inizio di un equo processo e in assenza di una sentenza che abbia accertato il reato. Nel suo intervento, l’imprenditore richiama i principi secondo cui non può esserci crimine né pena senza una legge preesistente e si domanda quale tutela venga garantita alla dignità di una persona prima che questo possa essere destinatario di una sentenza di condanna o assoluzione.
A conclusione del messaggio, Insenga Azzaro annuncia che ha avviato a partire dalla mezzanotte di ieri uno sciopero della fame che si protrarrà fino a quando l’autorità giudiziaria non avrà accertato quanto accaduto presso la Procura di Siracusa ed in particolare che vengano indagate ed accertate le ragioni delle omissioni delle prove documentali a suo discarico, la formazione dei documenti colpevolizzanti dal contenuto dichiarativo falso, ma soprattutto venga sospesa, in attesa di almeno un grado di giudizio, l’ingiusta anticipazione della pena consistente nel triplice sequestro delle somme: “Intraprendo questa protesta per ridare dignità alla mia famiglia e a quanti si trovino in situazioni analoghe” e poi aggiunge, “Non è tollerabile che chi ha giurato di servire lo Stato amministrando la giustizia secondo legge ed equità, possa decidere di distruggere il destino di un’intera famiglia di onesti cittadini”.
Le dichiarazioni dell’avvocato difensore Avv. Daniele Pitingolo
«Come difensore del Dott. Andrea Insenga Azzaro e della sua famiglia, esprimo profonda empatia e viva preoccupazione per la grave sofferenza umana, psicologica ed economica che sta provando l’intero nucleo familiare. Essere destinatari di pretese esattoriali e sequestri dal peso economico schiacciante — applicati prima ancora che un Giudice abbia potuto esprimersi nel merito — rappresenta un carico emotivo e patrimoniale difficilmente sostenibile per qualsiasi cittadino.
Sento tuttavia il dovere professionale di prendere nettamente le distanze dalla decisione di intraprendere uno sciopero della fame. Pur comprendendo l’esasperazione e lo sconforto da cui nasce questo gesto, ribadisco fermamente che la tutela dei diritti e la dimostrazione dell’estraneità ai fatti devono svolgersi ed esaurirsi esclusivamente all’interno delle aule di giustizia, attraverso il rigore del confronto processuale e degli strumenti di legge.
Il perno inalienabile del nostro Stato di diritto resta la presunzione di non colpevolezza sancita dall’articolo 27 della Costituzione: un principio che rischia di essere vanificato quando si assiste a una vera e propria esecuzione anticipata sul patrimonio, con misure d’impatto paralizzante adottate prima e in assenza di un accertamento penale definitivo.
Confidiamo che l’imminente udienza preliminare sia la sede di garanzia in cui il Giudice, valutando liberamente e integralmente sia la documentazione a discarico da noi prodotta sia le rilevanti anomalie procedurali tempestivamente denunciate, possa ripristinare la verità dei fatti e la dignità del mio assistito».


