“I convitati di pietra”, il romanzo di Michele Mari, vincitore del Premio Strega 2026…di Domenico Pisana

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Un romanzo autobiografico che riesce a portare il lettore ad interrogarsi sul proprio rapporto con il passato, dentro un’atmosfera capace di evocare un senso di favola che avvince chi ama la letteratura colta e d’atmosfera. E’ questa la prima impressione che si può avere accostandosi al romanzo “I convitati di pietra” di Michele Mari, Einaudi, vincitore del Premio Strega 2026.
Già il titolo dell’opera, che si colloca nell’ambito di una Letteratura della memoria, evoca immediatamente la figura del “convitato di pietra”, resa celebre dal mito di Don Giovanni (il Commendatore che torna dal regno dei morti per chiedere conto delle azioni del protagonista). Nella struttura narrativa di Mari, le “statue di pietra” – presenze mute, solenni e ineludibili – sono gli oggetti, i ricordi fisici e i traumi del passato. Essi siedono alla mensa dell’esistenza del protagonista/narratore come giudici silenziosi o spettri che non si possono ignorare, chiedendo un rendiconto memoriale ed emotivo a cui è impossibile sottrarsi; i morti, insomma, non lasciano mai davvero la tavola dei vivi e le memorie del passato tornano nei sopravvissuti per ricordare loro l’ineluttabilità della fine e la vanità delle proprie ambizioni.
Nelle pagine de I convitati di pietra, dove a fare da sfondo è la città di Milano, Michele Mari compie una ricognizione sul senso del tempo e della memoria a partire dalle vicende dei trenta ex compagni della liceale III A. Uniti sin dal 1975 da un patto — una sorta di roulette russa o tontina esistenziale che proietta le loro vite fino al 2050 —, i protagonisti trasformano il legame dell’amicizia in un’ossessiva contabilità della morte e della decadenza.
L’autore compie un viaggio a ritroso nell’universo della propria infanzia e giovinezza. Attraverso una ricognizione minuziosa di spazi, oggetti d’epoca, fumetti, libri, feticci di un tempo andato e figure familiari (in primis i genitori e gli antenati), l’autore mette in scena un vero e proprio inventario dell’ossessione trasformando la memoria personale in un teatro d’ombre, dove la nostalgia non è mai consolatoria, ma una forma di resistenza contro la disgregazione del tempo e la perdita dell’identità.
L’opera veicola una riflessione profonda sulla maledizione e la salvezza della memoria. L’intento di Michele Mari è conservare il passato, catalogare ogni singola traccia dell’infanzia, perché questo è per lui l’unico modo per difendersi dall’oblio e dalla morte; al contempo, però, questo attaccamento viscerale alle “cose” rischia di paralizzare il presente.
Il messaggio centrale del romanzo che scaturisce dalla narrazione, è che la nostra identità non è fatta solo di ciò che siamo oggi, ma è costituita dagli spettri che decidiamo di custodire e nutrire.
Trattandosi di un’opera autobiografica, i “personaggi” sono principalmente figure della vita reale ricostruite attraverso il filtro del mito personale. Michele Mari agisce quasi come un «burattinaio che dall’alto muove» una galleria di trenta personaggi e destini, ove la sua voce narrativa resta permeata dall’ossessione per il tempo che distrugge e interiorizza la memoria; lo scrittore non osserva il passato come un evento concluso, ma come una sostanza viva, viscerale e ineludibile che agisce nel profondo della psiche, evidenziando che «[…] non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro.»; il passato non è per Mari un capitolo chiuso da scavalcare, ma una presenza costante che condiziona il presente e impone i suoi verdetti.
Un ruolo importante hanno nel romanzo le figure genitoriali e familiari, quasi i fantasmi del mondo adulto; si tratta di figure che non offrono un porto sicuro, ma rappresentano una forte estraniazione, un limite da cui difendersi per preservare la propria identità originaria; è «[…] come se rappresentassero – scrive l‘autore – un mondo adulto che lo sfidava a uscire dal guscio infantile e programmaticamente regressivo in cui si era rintanato.»
Nel romanzo di Michele Mari, gli oggetti sono poi veri e propri catalizzatori di senso, non semplici cose inanimate; l’autore trasforma infatti il collezionismo e l’immaginario mediale (dalle storie di avventura alla cultura pop) in uno schermo che protegge dalla realtà, conferendo un valore “istruttivo” ed esistenziale alla finzione. Quando, ad esempio, fa rifermento a Lilia, uno dei membri femminili della classe della Terza A, afferma che «Non c’era dubbio che la sua lungimiranza e la sua serenità di giudizio le venissero dalla montagna di romanzi in cui la vita le sembrava più vera e istruttiva della vita reale» ; e ancora nel rievocare le dinamiche scolastiche e le prime attrazioni giovanili, l’autore descrive come Pralina non venisse amata per reali virtù caratteriali o per un sentimento romantico convenzionale, ma perché la sua estetica e il suo modo di essere incarnavano perfettamente un archetipo pop: sembrava quasi un personaggio disegnato su un albo a fumetti o una figura proiettata su uno schermo cinematografico, confermando l’idea di Mari che il desiderio nasce sempre mediato dall’immaginario dell’infanzia: «[…] amava segretamente di inconfessato amore – racconta l’autore – per la semplice ragione che sembrava uscita, contemporaneamente, da un fumetto e da un film.» Per Michele Mari, la pagina stampata e il feticcio illustrato possiedono una verità superiore a quella del mondo reale, agendo come entità capaci di plasmare i desideri, le ossessioni e le reazioni dei personaggi di fronte al destino.
Dal punto di vista formale, stilistico e del linguaggio, il romanzo si struttura come un soliloquio pervaso da un’ironia cupa e colta, sospesa tra il saggio, il memoir e il racconto fantastico di stampo ottocentesco (con palesi echi di Poe e Hoffmann); il lessico è molto elevato, ricercato, ricco di termini desueti, latinismi e attenzione nomenclatoria.
Lo scrittore maneggia la parola come uno strumento di precisione per “fissare” le cose prima che svaniscano, usando una sintassi complessa, ricca di subordinate e parentetiche che avvolgono il lettore in un vortice ipnotico dove emerge una forma di passione collezionistica che si dipana come un atto di catalogazione finalizzato a fermare il tempo, e dove la giovinezza non viene vista come un’età dell’oro felice, ma come un territorio traumatico e affascinante a cui si rimane incatenati. La memoria dello scrittore funziona insomma come uno scavo stratigrafico: riscoprire un vecchio libro o un gioco equivale a riportare alla luce un frammento di anima mummificato.
A seconda dei gusti del lettore, la narrazione può risultare talvolta solipsistica, troppo ripiegata sui miti personali dell’autore, col rischio di alienare chi non condivide le medesime ossessioni; come pure l’eccessiva ricercatezza linguistica e il ritmo lento, enciclopedico, possono appesantire la lettura, richiedendo un livello di attenzione e sforzo costante che non tutti i lettori potrebbero apprezzare.
I convitati di pietra si conferma in ogni caso una prova d’autore di altissimo livello. Michele Mari firma una meditazione profonda sul tempo che passa, regalando agli amanti della grande letteratura una gemma di significativa perizia formale. Un libro sicuramente fondamentale per chiunque consideri la memoria come un labirinto da cui non si vuole (e non si deve) uscire.

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2 commenti su ““I convitati di pietra”, il romanzo di Michele Mari, vincitore del Premio Strega 2026…di Domenico Pisana”

  1. Orazio ispettore privato

    Svariate volte da eccelso intellettuale quale io sono e scusatemi per la modestia e l’umiltà , neanche Napoleone….e neanche tutti quelli che si sono creduti…. , ho speculato, da filosofo esistenziale , sull ‘ argomento in questione , ma purtroppo , come non era non era difficile prevedere , mi sono tutte le volte trovato con un pugno 👊 di mosche in mano. Cioè mi sono domandato : come può il passato estinguersi ? Diventare un fantasma? Come può il presente con tutta la sua ricchezza e intensità e spessore di realtà , ogni presente , diventare passato e poi svanire nel nulla ? La mentalità che va per la maggiore è di stampo materialista e immanentista e volenti o nolenti anche quelli che dovrebbero indicare una realtà oltre l orizzonte ne sono influenzati , da smorzare l ‘annuncio , reverendo il secolo e entrando a patti. con soggezione , con il secolo. Il presente , paradossalmente , pur essendo nel tempo si presenta eterno , si spaccia per eterno , minimizza il passato , pur dovendone seguire le orme . La verità e ‘ che non siamo solo materia o corpo , ma siamo spirito e nella dimensione spirituale i fatti si danno differentemente , al di fuori dello spazio -tempo materiale , probabilmente si fissano eternamente , ma certamente lì non è possibile attribuire valore ai vissuti in relazione alla vicinanza con il presente. I ricordi o i vissuti non dovrebbero essere “fantasmi” ma realtà concrete che continuano a vivere dentro di noi nel presente.

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  2. Caro ispettore privato , per sua stessa ammissione si crede Napoleone , vada in terapia , ci sono dei bravissimi psicoterapeuti , si faccia aiutare su

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