La pace non è una tregua…l’opinione di Rita Faletti

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A poco meno di due anni dall’inizio del secondo mandato presidenziale di Trump, è possibile identificare come strutturale l’evoluzione della strategia americana nei rapporti con L’Europa, con la Federazione russa e la Repubblica islamica dell’Iran e avanzare previsioni sul tentato riavvicinamento al dittatore della Corea del Nord. L’insofferenza per la democrazia, lentezze burocratiche, mediazioni continue con le istituzioni e concessioni alle opinioni pubbliche, è motivo sufficiente per rendere appealing i regimi autocratici e invidiabile agli occhi di Trump la posizione dell’“uomo solo al comando”. Ma non è sufficiente per comprenderne la mentalità e valutare quali effetti tremendi potere e forza, lasciati liberi, possano produrre nelle mani sbagliate. In tre giorni Putin avrebbe preso Kyiv, in 24 ore Trump avrebbe fermato la guerra. L’originale e la copia, hanno preso un granchio e sono costretti ad autoingannarsi non sapendo come uscire dal vicolo cieco in cui si sono cacciati per presunzione e ignoranza della realtà. Nel mezzo c’è “lo spirito di Anchorage”, più volte evocato da Lavrov, la liaison dangereuse, il tappeto rosso e gli accordi che sospettiamo. La “pace” in cambio del Donbas? Un errore fare promesse all’aggressore passando sulla testa dell’aggredito. Ma lo spirito di Anchorage è rimasto congelato nei ghiacci dell’Alaska e nella capitale russa il direttore della Cia, John Ratcliffe, propone un incontro Putin-Trump-Zelensky e mons. Paul Gallagher si appella al dialogo. E’ la ricerca di una soluzione mentre Putin alza ulteriormente il livello di intensità e frequenza degli attacchi della sua operazione criminale che non vuole e non può fermare. I russi gli chiederebbero ragione dei numerosi morti, delle code interminabili ai distributori di benzina, delle fiamme e del fumo che avvolgono magazzini logistici e strutture dell’Amazon russa Wildberries. La continuazione del conflitto garantisce allo zar di rimanere al potere. Trump, che doveva fermare le guerre degli altri, si rifiuta di ammettere che la sua contro l’Iran è a rischio fallimento. Tra negoziati con il regime dei mullah e misure militari e con le elezioni di midterm alle porte, il tycoon non sa come uscirne senza perdere la faccia. La sua guerra, giusta per mille motivi ma sbagliata nei calcoli – durata e sottovalutazione del nemico – è nata senza una strategia che tenesse conto della vastità e delle caratteristiche del territorio nemico e della necessità di mettere gli scarponi sul terreno, non ha risolto la questione dell’arma nucleare, della sorte degli oltre 460 chilogrammi di uranio arricchito ancora in possesso della Repubblica islamica, della fine del sostegno ai gruppi terroristici, mentre lo Stretto di Hormuz è in primo piano a rammentare al tycoon che prima del conflitto era aperto alla navigazione in entrata e uscita. Sei mesi di attacchi reciproci e interruzioni, Trump che dichiara che lo stretto è aperto, smentito un minuto più tardi dai Pasdaran. Il memorandum con l’Iran era la premessa di una sconfitta. Ancora una volta la “pace”, e come con l’Ucraina, il presidente americano è passato sulla testa del suo alleato, Israele, consentendo all’Iran di legare la “pace” alla cessazione della guerra tra Hezbollah e Israele. L’America del negoziato ad ogni costo, che misura la pace sulla possibilità di vendere al mondo un successo diplomatico, infischiandosene della sicurezza degli alleati. La pace in cambio di territori è tradimento, la pace senza rimozione della minaccia è truffa. In guerra nulla è gratuito. E la pace non è un risultato se lascia intatta la minaccia che ha prodotto la guerra. È qui che Trump sembra non avere ancora fatto i conti. Putin e il regime iraniano sono avversari diversi, ma hanno capito entrambi che la disponibilità americana al negoziato può diventare un’arma. Zelensky e Netanyahu lo sanno per esperienza diretta. Sanno che non basta ottenere un accordo da chi ha iniziato la guerra: bisogna impedirgli di avere la possibilità di ricominciarla. La questione, dunque, non è se Trump debba negoziare. Deve farlo. È che cosa intenda per pace. La pace in cambio di territori è una concessione. La pace senza rimozione della minaccia è una tregua. E una tregua, nelle mani di chi non ha rinunciato alla guerra, può essere soltanto l’intervallo che precede la guerra successiva. Trump voleva fermare le guerre degli altri. Ora deve dimostrare di sapere che cosa fare quando l’altra parte non vuole fermarle.

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2 commenti su “La pace non è una tregua…l’opinione di Rita Faletti”

  1. Ma perchè continuate a tirare in ballo l’America di Trump per soccorrere e difendere le tirannie e le minacce che subisce l’Europa e l’Ucraina?
    Non abbiamo i volenterosi con in testa gli inglesi a difenderci da ogni avversità?
    La Faletti praticamente ha messo tutti i leader mondiali nella scacchiera ma non ha fatto nessun cenno sui ridicoli leader europei che ad oggi sono gli unici cazzuti a terrorizzare Putin. I vari Burnham, Macron, Merz, Meloni, Leyen. kallas, non sono quelli che si sono intestati l’affare Ucraina? Non sono gli stessi (o quasi) che dopo la terza sanzione ai tempi di Bidet la Russia doveva crollare? Sono quelli delle decantate controffensive o sbaglio?
    Finirà tutto quando questi corrotti leader europei saranno distrutti da Trump che ha un conto aperto con questi farabutti guerrafondai. E francamente spero lo faccia presto!
    Altra narrazione dei satanisti è che il direttore della Cia, John Ratcliffe, propone un incontro Putin-Trump-Zelensky. E pensa che un direttore della Cia atterri a Mosca con un aereo militare per proporre cose ridicole? Ma vi rendete conto delle cose che dite?
    L’incontro Putin-Trump-Zelensky se mai ci sarà, solo dopo avere discusso, pianificato e ratificato il tutto tra grandi e ovviamente i volenterosi saranno dietro la porta in attesa che la mezza cartuccia col cervello svalvolato dagli stupefacenti venga chiamato per firmare.
    Ora se Trump non riesce a fermare Putin, perchè non lo fanno i cazzuti europei invece di mettere in risalto l’ipotetico e goliardico fallimento di Trump?
    O forse a Macron non piace il tavolo di 3 metri riservato ai satanisti?

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  2. Fortunatamente, Trump non è eterno. Arriverà anche il giorno in cui dovrà farsi da parte: probabilmente farà resistenza, come è nel suo stile, ma ci auguriamo che alla fine sia la democrazia a prevalere.
    Del resto, «il bel tempo e il cattivo tempo non durano tutto il tempo».
    Per Spinello, invece, sembra esserci soltanto cattivo tempo. A meno che non decida, prima o poi, di aprire una pasticceria a Mosca, temo che continuerà a soffrire parecchio. Certo, anche lì potrebbe capitare che atterri un aereo della CIA, magari impegnato, secondo la sua lettura delle cose, in qualche missione talmente ridicola da sembrare quasi una questione di panna montata per i suoi dolci.
    Caro Spinello, esistono questioni talmente grandi e complesse che forse meritano un pizzico di prudenza prima di essere liquidate con tanta sicurezza. Sui vaccini e sull’Ucraina ti sei ormai conquistato il titolo di esperto universale; resta però un piccolo problema: forse il mondo è semplicemente troppo complesso per poter essere contenuto tutto nell’ampiezza delle nostre certezze. E, qualche volta, anche l’ironia può essere un ottimo vaccino contro ‘a convinzioni.

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