
Una delle cose più interessanti — e potenzialmente molto importanti — che stanno accadendo oggi in Asia centrale riguarda la lenta ma evidente trasformazione geopolitica dell’area dopo l’indebolimento dell’influenza russa causato dalla guerra in Ucraina. Per anni Paesi come Kazakhstan, Uzbekistan, Kyrgyzstan e Tajikistan hanno vissuto quasi interamente nell’orbita di Russia. Oggi, invece, stanno cercando nuovi equilibri tra Cina, Turchia, Occidente e mondo arabo. Il Kazakhstan, in particolare, sta diventando un vero laboratorio geopolitico. Pur restando legato a Mosca, cerca sempre più autonomia diplomatica, commerciale ed energetica. Allo stesso tempo rafforza i rapporti con China, che vede l’Asia centrale come un corridoio fondamentale della Nuova Via della Seta. Dietro le quinte si muove anche la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che punta molto sull’identità turcofona comune con diversi Paesi dell’area, cercando influenza culturale, economica e strategica. Ma il vero tema è un altro: l’Asia centrale sta diventando uno snodo mondiale per: gas, uranio, terre rare, corridoi ferroviari, nuove rotte commerciali tra Asia ed Europa. E questo mentre Afghanistan, terrorismo islamista, instabilità interna e rivalità tra grandi potenze continuano a incombere ai confini. In pratica, una regione per anni percepita come periferica rischia di trasformarsi in uno dei nuovi punti sensibili del mondo multipolare. Non con guerre spettacolari come in Medio Oriente, ma con una partita molto più silenziosa e strategica tra Russia, Cina, Turchia e Occidente. In pratica l’Asia centrale sta diventando un gigantesco tavolo di equilibrio:
Mosca non vuole perderla, Pechino vuole attraversarla, Ankara vuole avvicinarla e Washington non vuole restarne esclusa. Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante: nessuno oggi sembra abbastanza forte da dominarla completamente.


