IN PUNTA DI LIBRO…di Domenico Pisana. Il “Viaggio” come “condizione esistenziale” nella raccolta della poetessa pugliese Maria Teresa Infante

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La silloge poetica “Il viaggio”, L’Oceano nell’Anima Edizioni, 2016, di Maria Teresa Infante, affronta un tema che è senza dubbio, fin dall’antichità, un topos letterario di grande fascino. L’autrice, pugliese, con alle spalle un percorso culturale di tutto rispetto che la vede, fra l’altro, Ambasciatrice di Pace della Universum Academy Switzerland, offre al lettore il suo “viaggio” inteso non solo come scoperta, ma soprattutto come indagine sul proprio cammino attraverso il quale essa si fa partecipe del tutto, fondendosi con la realtà che la circonda.

Già i riferimenti filosofici e le argomentazioni che la poetessa adduce nella prefazione al volume, fanno da background a tutto il corpus della silloge, ove il viaggio assume una policromia ricca di sentimento e di sensazioni, che coinvolge il lettore in mondo intenso ed efficace.
Ma quale viaggio effettua Maria Teresa Infante in questa sua raccolta poetica? Il primo dato che affiora dalla sua versificazione ci porta ad affermare che per la poetessa – come direbbe Edgard Allan Poe – “Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato”.
E la Infante, che riesce a sognare rimanendo legata alla storia con tutte le sue contraddizioni ( “…Come d’autunno /accoglierà il mio grembo / colore e morte di questa breve vita”), conserva bene la memoria dei tanti accadimenti che l’hanno toccata e che ritornano nel suo cuore per ridisegnare il viaggio della sua esistenza fisico-spirituale, un viaggio, direi, inteso in senso nietzschiano, ossia come “condizione esistenziale” che necessita un esodo dai confini delle abitudini e delle sicurezze per tentare un nuovo percorso conoscitivo.
La poetessa, già nella lirica “Sulla tracce di Dio” ove la versificazione è ricca di domande, di pathos interiore, di dubbio e di ricerca ( “ Io non ho un Dio / potessi un giorno ritrovare il mio, il loro Dio…”) nonché di mistero e di messaggi di forte intensità semantica, ci dà, ricorrendo all’anafora, una prima dimensione del suo viaggio, che definirei di “spiritualità sociale”, viaggio nel quale la dialettica tra presenza e assenza di Dio diventa un interrogativo costante, e dove , tuttavia, l’autrice riconosce il senso dell’epifania divina nel pianto di una “Povera Madre ai piedi della croce” che “da troppo tempo / piange “l’Amore ucciso per errore”.
Se, da una parte, l’autrice afferma di non avere un Dio, dall’altra spera un giorno di ritrovarlo e che possa “indicargli la via” ; se dice “Qui non c’è un Dio”, dall’altra dichiara di aver “visto il suo sangue scorrere tra le culle aperte / dissanguarsi negli occhi spenti / dei bambini senza stelle”. Ecco, la poetessa, forse inconsapevolmente, fa venire alla luce un fatto, e cioè che la teologia è “crocifissa”, la teologia dice tacendo e tace parlando, è abitata – come sostiene Bruno Forte – dal paradosso, non è conoscenza luminosa ma resta una “cognitio vespertina”, si muove nella penombra della sera, ma accende un desiderio della luce.
E questo viaggio interiore di Maria Teresa Infante, che stigmatizza il paradosso di un “Dio che non c’è” o che c’è e tace, trova una sua estrinsecazione molto forte nella poesia “ Io vi sento”, che è una rievocazione della giornata della memoria che si celebra il 27 gennaio di ogni anno per ricordare l’olocausto degli ebrei. “Dov’era Dio?”, verrebbe da chiedersi leggendo i versi dolorosi e sofferti della poetessa; ma una risposta non c’è, perché, in fondo, l’uomo, il credente, il non credente, la teologia, la filosofia non possono avere la pretesa di circoscrivere in un frammento di pensiero l’Altro, l’Assoluto, l’Inconoscibile, il Mistero, ma devono lasciarsi abitare dal silenzio, devono camminare in punta di piedi sulla soglia del silenzio come sembra trasparire dal verso finale della predetta lirica: “Anime senza cielo…dormite insieme a me”.
Questa poesia “Io vi sento”, divenuta anche video poesia a cura dell’attore e regista Diego De Nadai, mi fa anche venire in mente la testimonianza di altri autori che di fronte al dramma dell’olocausto hanno lasciato tracce dolorose del loro pensiero. Mi riferisco al caso del poeta ebreo, Yitzhack Katzenelson, che nel suo testo poetico “Ai cieli” apre strade di ricerca e riflessioni interessanti “… Cieli, ditemi perché, perché!… O cieli vuoti e abbandonati, cieli senza vita come un vasto deserto, io ho perso in voi il mio unico Dio… No, non c’è Dio in voi, cieli!…”. Il poeta non considera i cieli luoghi della presenza divina, ma mendaci e ingannatori e si ribella con violenza “… Ma voi cieli, voi dall’alto avete visto tutto e non siete crollati dalla vergogna!… Basta, non voglio più guardarvi, non voglio più vedervi… Così svanisce la mia speranza, così sfuma il mio sogno!”
Se nel caso di questo poeta ebreo troviamo un grido di dolore con un j’accuse a Dio nonché il lamento per l’assenza di un Dio chiamato perfino a vergognarsi del suo immobilismo, in un altro caso, come quello di Etty Hillesum, troviamo che la crudeltà e l’efferatezza dell’esperienza del lager fanno maturare, al contrario, una forte sensibilità religiosa. Etty Hillesum, infatti, nel suo “Diario 1941-1943”, annota queste parole: “Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi… Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani… Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me… L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi… è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini”.
Abbiamo voluto agganciare queste due testimonianze al viaggio interiore e spirituale della poesia “Io vi sento “ di Maria Teresa Infante proprio per rimarcare il tono sobrio e l’ atteggiamento di ricerca riflessiva della poetessa, la quale si lascia penetrare dal silenzio e cammina dolorante ( “Sento l’urlo…Sento le nefandezze…Sento il sangue…Sento il fruscio del vento…Sento i marmi degli altari di ghiaccio…Sento le mani tese…”) sulla soglia di esso con la consapevolezza che non è la risposta quella che è importante, (“…Adesso, per favore / lasciate che riposi e creda che sia sogno…”) ma il comprendere che c’è un modo di essere presente di Dio anche in mezzo alle tragedie umane e tale modo va collocato nella dimensione del mistero. C’è quasi una misteriosa “presenza-assenza di Dio” che dice all’uomo di ogni tempo che Dio non è afferrabile, manipolabile, circoscrivibile in schematismi prefissati e che il suo modo di operare nella storia non è mai definibile così come la ragione umana vorrebbe.
Quello di Maria Teresa Infante è, dunque, un viaggio connotato da una “spiritualità d’incarnazione” che trova spazio dentro temi sociali e di denuncia del male che circonda la vita:

“Ho visto uomini versare in mare
dalle scogliere, lacrime e sale
e le mondine, a piedi nudi
battersi il petto, tra le risaie.

Ho visto bimbi, senza aquiloni
alzarsi in volo, sopra il Giordano
e i minareti, le cattedrali
dei loro corpi si sono cibati…”
(Me e dintorni)

“Hanno rubato l’onda ai marinai
e fra le reti ora s’impiglia il canto
del pescatore che non ha più voce.

Hanno rubato il mare, poi la sabbia
tuonano tra le mura diroccate
mille cannoni e sputano la sabbia…”
(Depredati)

Scorrendo le pagine di questo volume, il viaggio di Maria Teresa Infante rimarca le complessità del vivere quotidiano con un linguaggio che rimane sempre composto anche quando è sferzante, come nella poesia Viados: “…Menzogne a poco prezzo, in cambio di una suite. Quando l’anima si svende / non c’è culla per le stelle / ma ventre per maldicenze”.
L’autrice viaggia, sente e osserva, intuisce e costruisce, e anche quando non viaggia fisicamente, viaggia con l’immaginazione; ella, come un viandante, avverte le vibrazioni del mondo immergendosi nel flusso dell’esistenza, ove “L’orda nefasta ha il volto dell’inferno / e nelle piazze gemono le lingue / dipinte d’onta…” e “… nulla è più lo stesso ormai”. E’ insomma un percorso, quello della poetessa, che assume la forma di un attraversamento dell’universo etico , come emerge dalle liriche “Attentati”, “Senz’alba”, “2 agosto 1980 Bologna”, “Icone di cemento”, “Barbari”, ove la valenza trasfigurativa dei versi riesce a scuotere le coscienze con un linguaggio che si fa provocazione e richiesta di cambiamento.
Ma un altro elemento caratteristico di questa raccolta è il “viaggio della memoria”. Qui la fantasia creatrice e l’immaginazione giuocano un ruolo fondamentale e danno un tocco di delicata liricità ai testi.
La memoria appare, in questo viaggio dell’autrice, un “consolatore molesto”, un luogo dove “il ricordo è un’ombra che non si può vendere, anche nel caso in cui qualcuno volesse comprarla” – direbbe Kierkegaard.
E questa ombra avvolge i versi delle liriche “Le mie domeniche” (“Giochi di rimembranze / tra aromi di limoni ed echi di memoria…”), “Le mura” (“…Dov’è finito il breve tempo / in cui di freddo non tremavo mai / accarezzando il capo alle tue spighe…”); ed ancora nelle liriche “Tiepida neve” (“…Ho sentito arrivare la neve / è piovuta a scaldarmi un po’ il cuore…”), e “Viaggio nelle radici” e “Vivendo di me:

“Passeggera
sul treno solitario della memoria
ripercorrevo strade e sentieri
contromano
mentre l’odore antico
della quercia
sferzava il volto
e insieme il mio ricordo…”
(Viaggio nelle radici)

“…Tante volte
ascoltai l’ansimare del mio ventre
e fiori sradicai dai miei balconi vuoti
disarcionando attese
di materno sentimento…”
(Vivendo di me)

Ne “Il viaggio” di Maria Teresa Infante il ricordo sembra avere una fisonomia “karassica”, ( si badi al lemma greco karasso, “incidere”); la poetessa viaggia con la mente e con il cuore dentro accadimenti della sua vita che non si sono mai cancellati e che – come direbbero i Padri della letteratura patristica greca- si sono incisi ( “sfraghìs”) in modo indelebile nell’anima come delle impronte. E quindi il ricordo, nella sua poesia, è una voce di ritorno che ha la capacità di scorrere in avanti e indietro provocando un senso di liberazione e cambiando il modo di porsi di fronte alla vita.
Attraverso il suo “viaggio memoriale”, la poetessa riesce a ricongiungere con i suoi versi passato e presente, rivivendo due volte la vita e focalizzando momenti belli e piacevoli, ma anche dolorosi e tristi. La memoria della Infante in qualche modo seleziona, affianca il ricordo alla scrittura poetica per ritornare alle origini, alle radici, atteso che – direbbe Asor Rosa – “Si ricorda per allontanare la fine, si ricorda per tornare al principio”.
La silloge si dispiega come un vero itinerario che scandisce gli attimi, le pulsazioni e i sentimenti più profondi dell’anima, toccando tematiche di valore metafisico e sviluppando,all’interno di una dialettica tra io-poetante e non- io, il mistero della vita nelle sue varie articolazioni: bellezza, sogno, amore, fragilità, solitudine, fallimenti, illusioni, indifferenza, amicizie, legami affettivi e rimpianti.
Dalle liriche emergono una dinamica emozionale e un circuito comunicativo in cui la poetessa legge se stessa nell’impatto con la vita: “ Credevo d’essere un airone, / quando, tra le mie piume / ti sentivi a casa / e riposavi il volo nel mio nido …”; “Come mendica ad un portone / stringevo forte il mio dolore / le mani in tasca a rovistare / in cerca delle tue parole…”; “…A volte, sai, per non morire / rompi i silenzi e parli / ma non dici…”; “…Non è sconfitta / questo star seduta / nel mio pensiero che si è fatto di sera…”.
Ciò che piace di questo libro è anche il movimento lessicale, che risulta autonomo, genuino, spontaneo, privo di elaborazioni concettuali organizzate, e poggiato invece su una geometria di sentimenti che ben si armonizza con l’apparato iconografico del libro, ove sono presenti acrilici su tela, fotografie, oli su tela di vari artisti; sono opere che sicuramente accompagno con finezza pittorica il viaggio di Maria Teresa Infante, dando alla sua versificazione un’atmosfera di rilevante livello espressivo.
Un libro, per concludere, quello di Maria Teresa Infante, che riesce a far viaggiare anche noi dentro mondi vitali dell’esistenza umana per scrutarne le realtà più nascoste e le più intime sfumature, con uno stile scevro di complicanze intellettualistiche o di chiusura ermetica.
La sua poesia si offre sotto le vesti di un linguaggio nitido e comunicativo, aperto tanto all’orizzonte di una tradizione letteraria che non si complica in costrutti e riferimenti eruditi o artificiali, quanto ad un lessico comune e quotidiano. Con il suo viaggio va davvero diritta al cuore del lettore!

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