IN PUNTA DI LIBRO……di Domenico Pisana. “La figlia della memoria”: l’esordio narrativo della poetessa milanese Desideri

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Adele Desideri, torinese di nascita ma milanese di adozione, approda alla narrativa. E lo fa, – dopo un lungo itinerario poetico che l’ha vista camminare dentro “categorie dello spirito” ricche di trasfigurazioni e oggettivazioni noumeniche di forte intensità semantica – , con il volume “La figlia della memoria” Moretti&Vitali, 2016, pagg. 168, accreditato da prestigiose figure letterarie come quelle di Davide Rondoni, curatore della prefazione , e Franco Loi.
Romanzo o racconto lungo? Appare inutile disquisire a riguardo, ma è certo che la categoria chiave di questo libro di Adele Desideri è, come del resto evidenzia il titolo, la memoria, i cui filmati risultano costruiti all’interno di vitali circuiti comunicativi segnati da accadimenti, fatti ed esperienze che trovano nei vari protagonisti della narrazione la loro essenzializzazione.

L’autrice mostra una forza scritturale efficace ed affabulante, muovendosi, mediante l’io narrante della protagonista Andreina, tra immaginazione, autobiografia e fantasia, e delineando le coordinate di una storia che ha il sapore di verità amare, come già palese nell’incipit del testo “Odore di naftalina” ove la voce di una bambina racconta come sua nonna Teresa minacciasse la sua esistenza perché avrebbe voluto una sola nipote; come la madre fosse “ di continuo, inquietamente malata…”, e come il prozio Zeno “Bell’uomo elegante. Paltò scuro al polpaccio. Cappello a falda. Pantaloni e giacca cuciti dal miglior sarto della città”, si occupasse di lei mostrandogli affetto. Cosicché, è proprio in quella domanda “E tu, mamma, dov’eri?, che si schiude il primo senso che la storia intende significare, e cioè il valore affettivo, emotivo, comunicativo della madre nell’esperienza genitoriale e che non può essere sostituito da altro.
Scorrendo le pagine del libro ci si imbatte in affermazioni che aprono scenari problematici della contemporaneità, come quando, ad esempio, l’io narrante parla di “Due mamme, quella vera e quella finta. Siccome quella vera era malata, io avevo scelto Mamma Sara come mamma finta”.
Tutta la dispiegazione narrativa del testo è attraversata da una circolarità ermeneutica tra tempo e memoria che segna le varie fasi della vita della protagonista: l’infanzia, la fanciullezza, l’adolescenza, la scuola, i primi amori, i rapporti parentali, le relazioni sociali, tutti spazi di vita che appaiono descritti con dovizia di particolari e suggestioni carichi di emozioni, sentimenti e ricordi racchiusi nei vari personaggi del romanzo.
Andreina, bimba ora triste ora turbata, ora attaccata alla sua bambola Poldina che “era un sogno, era il candore, la quiete, la pace”, vive il suo mondo con tutte le sollecitazioni esteriori e i tormenti interiori perché è “cagionevole di salute”, fa la pipì a letto fino a quattro anni”, ed ha un rapporto conflittuale e bipolare con il pensiero della morte: “ “I morti non mi piacciono. Molti personaggi dei miei ricordi non vivono più. Fra i tanti defunti, intrattengo buoni rapporti con nonna Adelaide e nonno Giacomo. Loro li sento caldi, dentro di me; mi stanno accanto, vicino, d’intorno, me li porto addosso. So che mi proteggono, a volte mi sgridano, ma poi mi lasciano fare. Gli altri li ho dimenticati, li ho depotenziati, li ho esautorati. Non possono più farmi paura se li ignoro, o meglio se li convinco a ignorarmi. In fondo, è solo una tregua esistenziale”
C’è nella rivisitazione del percorso memoriale un affaccio al rapporto tra “vita e scrittura” che emerge allorché la narrazione porta il lettore dentro il convento delle Suore Domenicane ove Andreina si rende conto che suor Deodora “forse chiedeva troppo e che la sua malefatta era l’avviso di una vivacità castigata, sia pure per nobili ed evangelici motivi, che stava esplodendo”. Ma “La figlia della memoria” diventa intrigante quando comincia a delineare lo spaccato degli anni ’60, quelli della contestazione giovanile e dei cosiddetti “anni di piombo”. La narrazione descrive la scuola con i suoi mutamenti, la politica che acuisce lo scontro, il tempo di Lotta Continua, del rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, il tempo della protesta e della denuncia attraverso i cantautori come De André, Battisti, De Gregori, Guccini e Vecchioni; è il tempo dei “primi baci” che, in quel periodo volevano dire che ci si era messi insieme.
La Desideri in questo lungo racconto di 18 sezioni, che convergono in unum per delineare il cammino della protagonista, riporta sulla pagina una ricostruzione dove fantasia ed autobiografia disegnano storie di intimità, accadimenti dai tratti patologici, fatti sperimentati sulla propria pelle e ricostruiti con un piglio intellettuale che risente di afflati freudiani e biblici, ove si “con-fondono” passato e presente con l’intento di mettere il lettore di fronte ad una storia familiare senza “apparente svolgimento” – come scrive Rondoni nella prefazione –, ma sicuramente avvincente perché attraversata da una grazia femminile puntellata di costanti sfumature psicologiche, etiche ed umane.
Accattivanti ci appaiono le pagine ove l’autrice torna con la memoria su quel mondo della campagna toscana dove Andreina passa le sue vacanze estive insieme ai cugini; il tono del racconto assume qui quasi caratteri edenici e si dispiega in una sorta di decodificazione, anche attraverso il lessico tipico fiorentino, di un mondo semplice, legato alle piccole cose, vissuto con quella tranquillità che diventa esperienza di felicità. Al mito della fanciullezza, gustata nei tratti della vita agreste toscana, la scrittrice contrappone la vita in città, ove tutto diventa più complesso, i rapporti si frammentano, le relazioni si fanno più angoscianti.
Ciò che piace della prosa di Adele Desideri è quel tono di lirismo che aleggia su tutta la narrazione, che emerge anche nella sua delicatezza quando l’autrice delinea i suoi personaggi senza enfasi e coloriture devianti ma nella loro essenzialità carismatica, come, ad esempio, la madre, con “i seni debordanti dalle trine”, la sorella Tude “scaltra e teatrale”, la terapeuta e lo zio Zeno.
In questo volume Adele Desideri “narra per narrarsi”, e lo fa con ricchezza di particolari, atteso che l’autrice è scrittrice di “cose” , e il suo interesse si volge verso le cose realmente accadute, verso il documento. L’opera della Desideri è , in altri termini, la testimonianza del superamento del “convenzionale generico” e della mistificazione della verità; per l’autrice la memoria narra per fare conoscere le cose così come stanno , anche le meno gradevoli e le più complesse..
Certo, in alcuni passaggi della narrazione sembra prevalere, almeno a livello percettivo, il dato documentaristico e cronachistico, pur tuttavia l’abilità letteraria dell’autrice è tale che le consente di evitare di limitarsi a fotografare in modo piatto la realtà, ma a tradurla in arte, a rielaborarla e riviverla accampando in essa la sua sensibilità, il suo giudizio e la sua capacità scrittoria. La Desideri, insomma, riesce – direbbe Calvino – a far diventare “creta” e “strumento” i filmati della memoria, costruendo un percorso narrativo nel quale la “lezione dei fatti” , le scene descritte, i vissuti dei vari personaggi offrono al lettore un quadro memoriale nel quale il ricordo diventa filo di ricongiungimento tra passato e presente.
Il linguaggio narrativo non cede quasi mai a seduzioni stilistiche né a tentazioni intellettualistiche, ma si sviluppa quasi come parlato quotidiano e all’interno di un orizzonte “più pratico-etico che non estetico” per usare le parole di Manacorda.
La “Adele” autrice sembra costantemente rimanere fedele al ruolo dell’ “Andreina” protagonista, e questo spiega il perché di una narrazione realistica ove il dato fenomenico si dispiega con un linguaggio rapido, funzionale alle cose e che descrive le azioni in modo veloce.
“Autrice e protagonista” vivono nel racconto la “realtà maggiore”, quella, cioè, che esprime valori umani e cristiani, sentimenti e idee complesse, emozioni di speranza e di insofferenza degli uomini in genere, e questo spiega il perché l’autrice utilizzi un linguaggio che non vuole indugiare solo nella pura comunicazione e scrittura di cose, ma trasformare la sostanza di una cosa con la “parola”, tipica e propria del linguaggio dell’arte. Potremmo affermare che il linguaggio di Adele Desideri è, a suo modo, originale perché caratterizzato da una sorta di “medietà”: evita sia le tonalità e le forme raffinate, alte ed auliche, sia quelle banali e sciatte , lasciando spazio ad una scrittura nello stesso tempo intellettuale e sentimentale, distesa, ordinata, rispettosa e serena.
Adele Desideri “guardando la sua memoria in situazione”, incurva la sua narrazione sulla vicenda interna del personaggio principale, sulla sua sensibilità, sulla capacità di autogiustificazione ed autoinganno, e, ancora, sul suo bisogno irresistibile di capirsi e di conoscersi quale è veramente per aderire alla vita , afferrarla e dominarla.
In questa direzione, allora, “La figlia della memoria è “lo spazio in cui Andreina raggomitola la sua “ricerca del senso” , quello spazio che è come una rete di azioni e di reazioni, di scelte e di aspirazioni, in cui i suoi personaggi costruiscono quell’insieme di rapporti nel quale si trovano immersi e da cui ricevono influssi e condizionamenti. E’ una “storia aperta” quella che questo libro ci regala, una storia non fine a se stessa, ma che interpella, ci lancia messaggi, carica di domande su cui il lettore potrà chinarsi per ricercare il suo orizzonte e spazio di riflessione.

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