IN PUNTA DI LIBRO……di Domenico Pisana. Il mito della memoria collettiva e il rispecchiamento dell’identità storica nel libro di racconti “La Dama in verde” di Pina Magro

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L’itinerario narrativo di Pina Magro si arricchisce di un ulteriore tassello. Dopo la pubblicazione di esordio, dal titolo La casa ricamata, volume adottato nelle scuole medie del siracusano per la sua efficacia di recupero della memoria storica e delle radici più vere della nostra cultura siciliana, l’autrice rimette in campo il suo estro narratologico con una nuova serie di racconti approdati nel libro La dama in verde, Youcanprint Edizioni, 2017, i quali hanno il pregio di ricostruire fatti e accadimenti autobiografici che esaltano la semplicità e la dimensione valoriale della sua storia di donna che non ha mai smesso di ricongiungersi, attraverso i fili del ricordo e della nostalgia intesa come “voce di ritorno”, alla sua identità storica, culturale e religiosa.

Già sin dai primi due racconti del volume, si avvertono le coordinate di un percorso narrativo che rivisita contesti sociali, culturali ed etici nei quali ciò che emerge è il “senso del ricordo”, di cui tutta la cultura classica è, del resto, intrisa. Non è un caso se Cartesio sosteneva che conosciamo quello che ricordiamo, anzi che siamo quello che ricordiamo e Gabriel Garcia Marquez affermava che la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda per raccontarla.
Tre sono le categorie chiave su cui poggia questo libro di racconti: la memoria, il tempo, la storia La memoria non è, chiaramente, la storia, anche se la include; non è neanche il ricordo, anche se lo include. In questo libro la memoria appare qualcosa di più ampio, perché ha una funzione evocatrice, evoca, cioè, solo quello che è importante per lei e lo fa attraverso i suoi personaggi , e pertanto la realtà evocata subisce una metamorfosi, un’ermeneutica, un’interpretazione.
Negli 11 racconti di Pina Magro , la memoria dell’autrice assume tre connotazioni che convergono in unum e che possono sintetizzarsi in tre verbi: ricordare, rammentare e rimembrare, tre verbi che nella loro radice etimologica richiamano il cuore (cor/cordis: ricordare), la mente (mens-mentis: rammentare), le membra ( rimembrer ), che richiamano la sensorialità corporea.
Spesso si trovano racconti dove prevale la memoria mentale, per cui al lettore non arriva alcuna emozione, proprio perché manca la memoria emozionale, quella del ricordo, cioè del cuore.
I racconti di Pina Magro presi in sé stessi, nella loro trama, sono abbastanza semplici, lineari, non contengono preziosismi lessicali e formali, tuttavia , ed è questa la cosa importante sul piano letterario,
riescono a mettere in sinergia la memoria emozionale, la memoria mentale fino a toccare anche il rimembrare, cioè gli aspetti sensitivi-corporei, che sono complementari alla memoria mentale.
Dunque il lettore si trova di fronte a racconti che lo inducono a riflettere sul significato della storia e sulla possibilità di ricordarla e di evocarla.
Per l’autrice la memoria è come uno “scrigno vitale” dal quale trae immagini, emozioni, sentimenti, pensieri, giudizi per significare la bellezza e le contraddizioni della vita nel suo divenire esistenziale. E sono, senza dubbio, le emozioni che prorompono dal suo cuore, e che la Magro racconta proiettandosi negli anni ‘50, quando si trova a contatto con il suo mare sotto gli occhi di chi gridava alla scandalo e all’oltraggio al pudore se “una candida mammella libera dal costume si specchiava nell’acqua trasparente”, o quando ammira il paesaggio di Vendicari, o mentre sobbalza al sentire il “Ta tan… ta tan…della littorina che transitava su quel binario, dormiente, della tratta Noto – Pachino”, e divenuto ormai ramo secco.
Il ricordo ingentilisce la narrazione al punto che nel racconto di apertura, La dama in verde, l’autrice, con la sua immaginazione, rivede il passaggio dei treni, quel binario che si snoda in quel tratto lussureggiante dei vicini pantani, affermando che “Quel ramo non è secco, è ancora vivo e dorme come ‘la Bella addormentata’. Attende solo che qualche innamorato lo risvegli per un miracoloso ripristino: un turismo ferroviario che incanti i viaggiatori con il fascino del percorso”.
Come un album, l’autrice sfoglia pagine di memoria e descrive, nel racconto Sotto il lampione, la figura della nobile donna gnà Lisa, nipote di un marchese, rimasta ai margini della società per essersi innamorata di uomini sbagliati, e che viene fatta oggetto di maldicenze perfino dopo la sua morte: “Ha vissuto come una cagna, ed è morta in mezzo ai cani”, diceva con malevolenza una donna a mezza voce, dopo aver lanciato uno sguardo sprezzante all’interno”. A questo quadro di giudizio e di pregiudizio l’autrice oppone, invece, il senso della misericordia, tant’è che scrive: “Credo che gnà Lisa non sia morta da sola, Qualcuno si è preso cura di lei!” osservai, mentre il cuore mi si apriva per la gioia. “Lo credo anch’io : il buon Dio non ci abbandona mai!”, mi rispose mia madre, felice anche lei”.
I racconti di Pina Magro si snodano con una “semplicità non calcolata” , direbbe il Bo; dentro di essi si trova una trama lineare e scorrevole con la presenza di personaggi semplici come massa Paulu, Aldo, Francesco, Gianni, Piero, Linda, Vastiani, mpà Turi, Janu, Turuzzu, tanto per citarne alcuni, i quali diventano protagonisti di una narrazione in cui la memoria, ora ingrata ora ferita, ora stanca ora arrabbiata, recupera vissuti impedendo che la storia vada nell’oblio. E’, insomma, una memoria “significativa e riproduttrice” quella della Magro, la quale ricorre a parole, gesti , metafore e simboli per raccontare e raccontarsi con l’intento di testimoniare al lettore storie di vita e di relazione.
Quel che colpisce di questo di libro è la capacità dell’autrice di narrare “fatti” senza alcuna rielaborazione artificiosa sul piano del linguaggio; il lettore si trova di fronte a delle istantanee che riproducono il senso degli avvenimenti che hanno lasciato un segno e che si ricongiungono con il presente quasi come meditazione esistenziale.
Pina Magro imprime infatti alla sua narrazione una forma dialogica, perché il suo racconto nasce come attività soggettiva. Chi racconta e si racconta , del resto, cerca interlocutori a cui donare sentimenti e pensieri che possano coinvolgere e lasciare emozioni, come avviene, ad esempio, nel racconto Tappeti erbosi ove l’io narrante mette in movimento una soave memoria creatrice: “Seduti sull’erba, al bordo delle aiuole, o in piedi col cartoncino poggiato su un muretto i ragazzi ritraevano dal vivo la natura a mano libera, abbandonando finalmente il righello perché si erano resi conto che i rami non sono imprigionati in schemi, ma ondeggiavano al vento e vanno verso il sole”.
Nel tessuto narrativo del volume, Pina Magro dà ampio spazio al mondo della scuola e al valore della educazione, proprio come emerge dal racconto Quaderni della copertina nera, ove il rapporto tra descrizione e vicenda autobiografica porta alla luce aspetti di forte attualità riguardanti la relazione educativa(emblematico il riferimento a Piaget) intesa come “scendere dalla cattedra sovrapponendo il ruolo di madre a quello di maestra” ed applicando, come viene esplicitato nel racconto La lettera, la “metodologia dell’amore”.
Nella figura di uno studente, Piero, “alunno difficile e problematico”, c’è , ad esempio, tutto il cruccio dell’“io narrante” della maestra che incrocia gli “occhi velati di malinconia” del ragazzo sempre inquieto, e che opera uno “scavo psicologico” dentro se stessa fino a giungere ad una dura reazione nei riguardi di un saccente esperto dell’equipe di specialisti di Neuropsichiatria infantile che si permette di riprenderla e di considerarla incompetente.
La stessa ansia educativa si trova essenzializzata nella storia di Bruno che attende la sua maestra in aula con espressione di sfida, e si dispiega altresì nella oggettivazione di quel “sentimento della coscienza” che rievoca in modo nostalgico l’avventura scolastica della protagonista che si racconta: “Vorrei dire grazie a quegli alunni (…) Dove siete? Mi chiedo volgendo a loro il pensiero. Ragazzi tormentati, infanzie rapite: uomini prima del tempo (…) Annego senza indugio l’immagine cupa che turba i miei pensieri, mentre mi culla la dolce risacca, per vederla fluttuare nel mare smeraldo sotto nuova veste…”
La dama in verde è un libro che si fa apprezzare perché tende ad offrirsi come “rivisitazione della memoria” radicata nello scenario del territorio netino e della Sicilia orientale e dove la dialettica tra ricordanza e realtà acquista un ruolo di primaria importanza.
Se il pittore austriaco Klimt, influenzato dall’impressionismo e in particolare dallo stile del grande pittore francese Cloude Monet, sceglie per la sua pittura motivi semplici: giardini, campi con alberi da frutto, case coloniche circondate da una vegetazione lussureggiante e vedute del lago dandoci la bellezza dei paesaggi naturali, Pina Magro sceglie per i suoi racconti un vero e proprio “paesaggio dell’anima e della memoria” fatto di cose semplici, di luoghi e personaggi familiari, un paesaggio dispiegato su line di movimento ove scorrono episodi, esperienze, ricordi e perfino sentimenti di tenerezza verso i volatili, i pulcini, le tortore( si legga la storia di Ceppina e Cippò) e soprattutto verso coloro che vivono situazioni di difficoltà, come nel racconto Lungo i binari del treno a vapore , ove dietro al parallelismo tra la pecora Badiota e Turuzzu, giovane con lieve ritardo mentale, c’è l’invito dell’autrice a superare il pregiudizio verso la disabilità nonché la consapevolezza che non bisogna sottovalutare le capacità di chi è meno fortunato come nel caso di Turi, il quale, sognando di vedere la città del Papa, riesce da solo a raggiungere Roma “sorprendendo i familiari e lasciando sbigottiti coloro che da sempre lo avevano etichettato come ‘scemo’ ”.
I racconti di Pina Magro sono una “forma della memoria” modellata
non su particolari e avventurose narrazioni, ma su accadimenti di chiara semplicità e quotidianità, cose che non pregiudicano, sicuramente, il valore letterario di questo libro, se è vero che i grandi della letteratura non hanno mai disdegnato di occuparsi anche di piccole e semplici cose di vita quotidiana come la fedeltà del cane Argo in Omero, la “gialla polenta” di Saba, “la cameretta” che nel Canzoniere del Petrarca diventa un “porto” di pace e testimone delle sue sofferenze, e gli esempi si potrebbero moltiplicare.
L’intento dell’autrice appare, in questo libro, quello di mettere a contatto l’uomo contemporaneo con un “lontano che si fa presente”, grazie a questo “topos” che è la nostalgia della memoria intesa come possibilità creativa e forza del sentimento che non spezza mai il suo legame con le scaturigini dell’uomo.
Pina Magro offre ai suoi lettori una narrazione con un linguaggio quasi parlato, con una rappresentazione della quotidianità nel suo dispiegarsi mutevole e variegato, atteso che il suo obiettivo appare quello di voler dare ascolto al bisogno di esprimersi che è dentro di lei e che fa, del resto, di ogni scrittore, un ermeneuta che si dibatte tra il tempo della memoria e il tempo escatologico.

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