Mattone o accumulo, la differenza è nella mente dell’investitore

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Se la situazione previdenziale non è delle più rosee e gli istituti bancari non assicurano certo scenari sicuri e privi di rischi, gli italiani hanno essenzialmente tre modi per “difendere” il proprio capitale. Si può mantenere il capitale in conti deposito, investire negli immobili o sfidare il mercato finanziario acquistando fondi e testando i differenti strumenti.
L’atteggiamento degli investitori è però radicalmente differente: la fiducia nei confronti degli immobili resta elevata, mentre quella nei confronti dei piani di accumulo capitale resta ancora troppo bassa per consentire una diffusione a macchia d’olio. A giustificare questo approccio differente è una certa sfiducia nel mercato, ma anche una mancanza di cultura e di conoscenze adeguate. Manca anche la fiducia nei confronti degli operatori del mercato: gli italiani non riescono a guardare l’universo finanziario come un’opportunità, preferendo avvicinarsi con circospezione e con piccoli passi. Secondo gli esperti, però, sono quattro le principali motivazioni che spingono ancora i risparmiatori di tutto il mondo ad investire nel mattone anziché affidarsi al mercato finanziario.

Chi pensa al proprio futuro è psicologicamente più pronto ad investire in un immobile, anche a fronte di cospicui investimenti. La casa è sempre una delle priorità, anche a costo di caricarsi di un mutuo, anche se per sostenere l’acquisto fosse necessario investire il 200% del proprio patrimonio attuale. Il paradosso di questo ragionamento è tutto nelle quote e nei luoghi comuni legati a questi due campi: la maggior parte degli investitori ritiene meno rischioso l’acquisto di un immobile – anche attingendo a fondi non direttamente in possesso -, mentre lo stesso campione ritiene molto più problematico e insidioso investire un quarto del patrimonio in un piano di accumulo capitale con un portafoglio diversificato.

Anche il fattore tempo influisce in maniera decisiva nella scelta dell’investimento. Chi sceglie gli immobili, vede un orizzonte di sfruttamento del bene a lungo termine: sia che sia previsto per uso abitativo o destinato ad un’attività commerciale, questo acquisto può essere utile per generazioni. Al contrario, gli strumenti finanziari sono maggiormente volatili, e assicurano orizzonti temporali molto più brevi. Esistono, però, anche le dovute eccezioni, visto che i fondi pensione possono estendersi anche per decenni e possono essere riscossi anche dagli eredi.

Inoltre, gli investitori, soprattutto in territorio italiano, sono maggiormente propensi a compiere un sacrificio per una casa. Anche destinare la maggior parte di un reddito al pagamento della rata di un mutuo viene percepita come un’azione necessaria, e per onorare le rate si è disposti anche a “chiudere i rubinetti”. Questa dinamica non si verifica però con gli strumenti finanziari: molto spesso gli investitori che hanno avviato un piano di accumulo capitale su un fondo comune d’investimento riducono il proprio impegno economico a fronte delle prime difficoltà, e più di un investitore scappa alle prime “turbolenze” di mercato.

L’ultima grande differenza risiede nelle modalità di pagamento. Le rate del mutuo sono saldate solo successivamente all’acquisto dell’immobile, mentre, al contrario, nel caso degli asset finanziari prima arriva il risparmio e poi l’eventuale investimento. Se si guardano i risultati, la differenza è davvero abissale, sia per le caratteristiche proprie del mercato che dei prodotti in questione, ma le stesse performance risultano fortemente “viziate” da cifre e investimenti molto distanti tra loro. Basti pensare che, se un risparmiatore decide di investire 100mila euro in un’unica soluzione, dopo 30 anni potrà beneficiare di quasi 600mila euro, mentre se l’investimento è dilazionato nel corso dei mesi, il guadagno sarà poco meno della metà. Cosa che non avviene con gli investimenti nel mattone: in questo caso, i numeri raccontano solo una verità parziale, che negli anni potrebbe anche essere stravolta da una maggiore propensione degli investitori ad attribuire fiducia agli strumenti finanziari.

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1 commento

  1. Resta da capire quale sarà il potere di acquisto “reale” di 600.000 euro fra 30 anni. 30 anni fa con 15.000.000 di lire ci compravo una macchina di alta gamma, Oggi con 7.500 euro forse un’utilitaria superscontata con rottamazione. Insomma un pessimo affare.

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