Interruzione di gravidanza colposa al “Maggiore” di Modica. Condannato ginecologo

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Accusati di interruzione colposa della gravidanza di una gestante: una viene assolta, l’altro condannato. Si tratta di due medici che avevano avuto in cura una gestante modicana, L.P.M.. Il giudice monocratico del Tribunale di Ragusa, Vincenzo Saito, ha assolto per non avere commesso il fatto,

Antonella P., difesa dagli avvocati Raffaele e Massimo Pediliggieri, ginecologa di fiducia della parte offesa, ed ha condannato Giovanni A., difeso dall’avvocato Rinaldo Occhipinti, ginecologo dell’Ospedale Maggiore, a un anno di reclusione ed al risarcimento dei danni da quantificarsi in separata sede. Il pubblico ministero, Monica Monego, aveva chiesto la condanna per il ginecologo a sei mesi. L’avvocato di parte civile, Mandara, aveva chiesto 500 mila euro quale risarcimento danni per ciascuno dei genitori del bambino deceduto. Secondo l’accusa originaria i due, in cooperazione fra loro, avevano commesso errori fatali. Nonostante le numerose ecografie eseguite (circa venti), la ginecologa non avrebbe individuato, secondo quanto aveva detto il Ctu Muriana, del “Cannizzaro” di Catania, la presenza di cordone nucale – patologia cordonale già sussistente prima del 12 luglio 2010, non essendosi trattato di un fatto acuto insorto poco prima del decesso del feto, avrebbe omesso di diagnosticare tempestivamente la pericolosità del quadro clinico che si era venuta a creare nel corso della gravidanza (il funicolo ombelicale presentava cinque giri di cordone attorno al collo), caratterizzata dall’elevato rischio di esito perinatale avverso. La sera del 12 luglio 2010, il ginecologo non avrebbe posto attenzione alle alterazioni preagoniche evidenti nel tracciato cardiotocografico ed eseguendo un esame non idoneo allo studio che avrebbe imposto il caso (flussimetria sull’arteria ombelicale e cerebrale media del feto), non avrebbe ricoverato la paziente e nemmeno monitorato il benessere fetale al fine di eseguire un eventuale parto cesareo in urgenza. Tutto ciò provocava l’interruzione della gravidanza nella donna che avveniva il 13 luglio, da attribuire a grave sofferenza ipossica fetale da stenosi serrata dei vasi ombelicali. Il consulente aveva, comunque, detto che la ginecologa di fiducia si era attenuta a quanto previsto dal protocollo, avviando la sua assistita in ospedale e che il feto aveva sofferto solo nella fase finale. Il ginecologo del “Maggiore”, dal canto suo, si è difeso sostenendo di avere invitato la donna ad attendere per eseguire il tracciato ma quest’ultima, invece, era andata via.

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