L’OSSERVAZIONE DAL BASSO….. di DIRETTORE. Notte Nazionale del Liceo Classico il 13 gennaio. Ha senso leggere, oggi, antichi testi latini e greci?

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Il 13 gennaio si celebra in Italia “La Notte Nazionale del Liceo Classico”, una manifestazione promossa dalla rete scolastica dei Licei Classici italiani, nata da un’idea del professore Rocco Schembra del Liceo “Gulli e Pennisi” di Acireale, e che è giunta alla terza edizione con lo scopo di rilanciare l’attualità dell’antico e degli studi classici grazie al coinvolgimento di circa 400 licei su scala nazionale, promuovendo il valore della cultura classica nel nostro tempo.
E questa iniziativa cade nel periodo in cui in Italia ha preso il via ufficialmente l’iscrizione degli studenti nei vari ordini e gradi scolastici. Il tema della scelta è sicuramente un fatto che coinvolge da vicino le famiglie, oltre che gli stessi allievi che devono guardare al loro futuro.

Un dato è certo: le famiglie, nella scelta dell’Indirizzo di studio, cercano la qualità, guardano con attenzione i docenti, il loro modo di relazionarsi, la loro metodologia didattica. Il che impone una riflessione sul fatto che nella scuola di oggi appare certamente importante “ri-comprendere” radicalmente il ruolo e la funzione dell’insegnante, il quale non soltanto è chiamato a mutare la propria concezione della didattica, ma anche a rivedere la propria capacità di relazionarsi; il suo compito, direbbe Rogers, è quello di evitare un “apprendimento insignificante” e imposto dall’esterno e di provocare, invece, un “apprendimento significativo” che coinvolge l’esperienza e che nasce dai processi vitali profondi della persona.
Il Liceo classico è ancora attuale?
Nel nostro tempo si va sempre più affermando l’idea funzionalistica ed aziendalistica della scuola; si guarda, cioè, alla scuola come a quella realtà che deve servire per immettere nel mondo delle professioni, del lavoro, e in tal senso tutto lo sviluppo scientifico, tecnologico, multimediale e telematico che ha caratterizzato la società degli ultimi decenni, sta contribuendo a determinare una “crisi” di senso in ordine al valore di una formazione umanistica come quella che dà il Liceo classico. Ritengo miope, oltremodo che inutile, pensare ad una dicotomia tra cultura classica e cultura scientifica, perché una società ha certamente bisogno di entrambe: mutuando un pensiero di Einstein, il quale diceva che “La scienza senza la religione è zoppa e la religione senza la scienza è cieca”, allo stesso modo in una società in continua evoluzione una cultura scientifica senza quella umanistica è zoppa, come un cultura umanistica senza quella scientifica è cieca.
Ciò presupposto, credo che occorra “ri-pensare”, specie da parte del legislatore, una nuova visione del Liceo classico proprio per evitare il rischio che si arrivi ad una totale cancellazione della cultura umanistica, che sarebbe come cancellare la memoria ed orientare le giovani generazioni solo su un presente senza radici.
L’attualità del Liceo classico credo si possa cogliere fortemente in quelle parole che Gramsci scriveva nel suo diario: «Nella vecchia scuola lo studio grammaticale delle lingue latina e greca, unito allo studio delle letterature e storie politiche rispettive, era un principio educativo in quanto l’ideale umanistico, che si impersonava in Atene e Roma, era diffuso in tutta la società, era un elemento essenziale della vita e della cultura nazionale. […] Le singole nozioni non venivano apprese per uno scopo immediato pratico-professionale: esso appariva disinteressato, perché l’interesse era lo sviluppo interiore della personalità […] Non si imparava il latino e il greco per parlarli, per fare i camerieri, gli interpreti, i corrispondenti commerciali. Si imparava per conoscere direttamente la civiltà dei due popoli, presupposto necessario della civiltà moderna, cioè per essere se stessi e conoscere se stessi consapevolmente». (da Quaderni dal carcere 1932).
Certo, rispetto al momento storico-sociale cui risale il pensiero di Gramsci, l’oggi è il tempo della globalizzazione, della rete e del web, che cercano di orientare i giovani sull’immediato, sulla velocità e su un tecnicismo disancorato da ogni attenzione al passato; tuttavia, non si può sottacere il fatto che la presenza dei licei classici è la possibilità di comprendere che è proprio l’esperienza dell’antico a riservare allo studente il contatto diretto con il diverso da sé. Per questo il Classico è un indirizzo pluriculturale ove è importante che l’alunno sia messo nelle condizioni di saper coniugare i valori di uomini e pensatori di oltre 2000 anni, nei confronti dei quali è debitore, con i propri. Credo, pertanto, che per comprendere l’importanza di una preparazione classica occorra il superamento, nelle nuove generazioni, di quella precomprensione verso il Liceo classico consolidatasi nella idea che tale indirizzo non serva e che non sia più necessario per conoscere la realtà e il mondo: ciò che serve – si afferma – a far progredire la società sarebbe la scienza, la tecnica, l’informatica, l’economia, non l’umanesimo, che ha detto tutto e che oggi non avrebbe più nulla da dire. E  così, insomma,   ad un progresso della società in termini scientifici, tecnici, economici, telematici, corrisponderebbe un arretramento della cultura umanistica, confinata nello spazio di pochi eletti destinati ad essere, quasi nostalgicamente, la classe dirigente di un paese, come nell’idea della Riforma Gentile.
Su questo equivoco si è costruita, nel terzo Millennio, la crisi del Liceo classico , da molti pensatori ritenuto un corso di studi superato, perché, secondo loro, per i giovani è più importante studiare i mitocondri dove si ritiene abbia avuto origine la vita del pianeta, piuttosto che l’aoristo passivo; è più importante lo studio di lingue moderne che possono spendersi nella vita piuttosto che passare il tempo a fare versioni di latino e greco senza alcuna possibilità di parlare nessuna di queste due lingue.
Chi scrive ha frequentato studi classici e resta fermamente convinto che nell’attuale civiltà consumistica, nella società dell’uomo oeconomicus, dell’homo faber, dell’homo ludens, scegliere un indirizzo di studi classici significa avere la possibilità di avviarsi verso qualsiasi percorso universitario, con la possibilità di avere spirito critico, ampia apertura mentale e sensibilità estetica.

Perché leggere ancora testi antichi latini e greci? Ha ancora senso oggi l’operazione della traduzione?

Oserei dire che l’attività di traduzione è, per uno studente, anche una forma di educazione all’ascolto, è una modalità di entrare nella profondità di pensiero di un autore per cogliere i suoi sentimenti, le sue movenze interiori, le sue idee con la possibilità di farle entrare nel suo mondo avviando un processo di confronto e di miglioramento del modus vivendi in relazione all’altro.
In un suo discorso tenuto nel 2005 ai neolaureati di Stanford, Steve Jobs affermava che unire i puntini” (“connecting the dots”) vale a dire sviluppare la capacità di saper collegare situazioni anche molto distanti tra loro. Ecco, l’attività di traduzione non è, per uno studente liceale, un mero esercizio di “ricambio” di parole da una lingua ad un’altra, ma la possibilità che egli ha di sviluppare le sue capacità di collegamento; è come mettersi di fronte ad una mappa ove egli analizzando, leggendo e “ascoltando” parole, equiparabili ai “puntini” di Steve Jobs, si misura nella capacità di vedere contatti tra parole/situazioni molto distanti, di stabilire collegamenti imparando, così, a risolvere problemi anche complessi presenti in ogni tipo di attività o professione.
Un docente che riesce a far comprendere ai propri allievi le ragioni del “tradurre” dal greco e dal latino, mette le basi per avviare lo studente nella direzione di costruirsi quella “forma mentis” che gli sarà utile e necessaria nel cammino della sua vita umana e professionale per selezionare parole, funzioni, contesti, formulare ipotesi e fare sintesi attraverso il collegamento di parole; tutti processi, questi, che possono applicarsi in ogni ambito: letterario, scientifico, artistico, storico, linguistico, filosofico, teologico.
Erroneamente si è portati a pensare che chi studia al Liceo classico, ove il latino e il greco sono discipline caratterizzanti, finisca per subire una sorta di penalizzazione rispetto alla possibilità di conoscere lingue moderne parlate o la stessa informatica, che vengono, invece, ritenute immediatamente spendibili nel mondo professionale; in realtà, chi afferma questo disconosce il fatto che il greco non è soltanto la lingua della letteratura e della filosofia, ma è anche la lingua della scienza. A riguardo, non bisogna dimenticare che i padri che hanno forgiato il lessico scientifico e che hanno elaborato la forma della lingua scientifica sono stati Euclide ed Archimede, tant’è che sia il tradurre sia l’algebra consentono agli studenti di sviluppare la capacità di cercare e assemblare: le scienze tutte applicano il metodo scientifico, il cui rigore logico guida anche l’esercizio di traduzione.
Sotto questo aspetto è triste quella frase che si sente spesso dire: “scelgo il Classico perché non mi piace la matematica”. In realtà, nel Liceo classico c’è un approccio alla matematica diverso rispetto ad altri indirizzi di studio, ma non c’è dubbio che essa dà un supporto di preparazione, insieme alla fisica e alle scienze, che si armonizza con l’epistemologia classica del corso di studi, se è vero che molti medici ed economisti e che tanti che scrivono software e creano programmi informatici provengono da studi classici.
Se una discussione va fatta attorno ai Licei classici, essa deve andare nella direzione di una sua riforma strutturale che sappia rinnovare la didattica dell’insegnamento, in particolare, del latino e del greco.
Non è possibile che ancora si vada avanti operando nel modo in cui, già nel 1923, diceva J. Marouzeau: “Noi tutti, professori e studenti, per quanto riguarda lo studio delle lingue morte, viviamo su concezioni che hanno fatto il loro tempo. Siamo schiavi di vecchie abitudini e di metodi superati… Noi professori troviamo comodo insegnare quel che abbiamo a nostra volta imparato come lo abbiamo imparato, coi libri e gli appunti che abbiamo conservato dai nostri anni di studio”.
Ecco, essendo molto vero, ancora oggi, quel che scrive Marouzeau, appare quanto mai necessario “insegnare le cosiddette ‘lingue morte’ non come se si trattasse di travasare un manipolo di regole grammaticali, né come se si trattasse di “fare cultura” attraverso argomenti storico-antropologici che rimangono vaghi ed indefiniti; insegnare il Latino ed il Greco, più che in passato, dovrà significare insegnare a ragionare per imparare ad essere “anthropoi” dialettici, costruttivi e flessibili in seno ad una realtà che necessita di una riflessione sulla complessità.
A prova di ciò , basti dire che Adriano Olivetti – come affermava Umberto Eco in una intervista su “Repubblica” del 15 novembre 2014 – cercava e assumeva oltre agli ingegneri anche persone con cultura umanistica, educate sulle avventure della creatività; io stesso – proseguiva Eco – appena ho avuto uno dei primi computer di Apple ho imparato a programmare un sistema per riprodurre i sillogismi classici sulla base della mia conoscenza di Aristotele. Non è vero dunque che un informatico sia un semplice esecutore di equazioni, anche se non è necessario che abbia letto i formalisti russi per pensare all’intertestualità”.
Nel tempo dei social, della comunicazione rapida, dei cambiamenti quantitativi e qualitativi della società e dello sviluppo di nuove tecnologie, c’è un dato che fonda, per concludere, le ragioni degli studi classici ed è questo: il pensiero europeo è scaturito dal “Logos”, termine non a caso esplicitato da Cicerone attraverso il binomio “Ratio et Oratio”, in quanto sinergia germinativa di pensiero logico e discorso logico; queste categorie forti e questa sistematicità rigorosa sono stati i presupposti e i fondamenti epistemologici sia del pensiero deduttivo che di quello inferenziale, del quale la nostra realtà necessita in quanto sempre più complessa. E questi motivi continuano, ancora oggi, a dire quanta necessità ci sia del Liceo classico nella formazione delle giovani generazioni.

2 Commenti

  1. Io ho una preparazione tecnico-scientifica(dal diploma superiore alla laurea) ed in tante occasioni mi rendo conto quanto sarebbe stato utile avere conoscenza del greco e del latino .

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