Guerra sì, guerra no……l’opinione di Rita Faletti

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C’è attesa, nel Paese, di un governo che provi a risolvere i problemi dell’economia, del lavoro, dell’immigrazione e della sicurezza. Dopo il tweet con cui Trump ha avvisato il proprio omologo russo che i missili americani “new, nice and smart” sono pronti ad attaccare obiettivi siriani, oggi, forse, alcuni si augurano che, superati i tempi supplementari, chi avrà la responsabilità di guidare il Paese, abbia una visione chiara di quello che si agita fuori dei nostri confini e sappia muoversi con accortezza. Lo dico, perché nessuno dei player in campo ha dedicato una parola alla politica estera. Avendo cucito programmi sartoriali intorno alle aspettative della gente, poco o niente interessata a questo tema, lo ha bypassato tranquillamente. All’italiana maniera di preoccuparsi di un problema solo quando esso si presenta, con la conseguenza di correre ai ripari in modo goffo e inefficace. La classica toppa peggio del buco. Sul fronte interno, un sano realismo, evidentemente assente nei nostri geni, ci avrebbe fatto capire che i fuochi d’artificio hanno breve durata e lasciano dietro di sé solo un piacevole ricordo. A un mese dalle votazioni, infatti, le promesse sono andate sbiadendosi, cedendo il passo alla messa in atto di strategie finalizzate all’acquisizione della poltrona di Palazzo Chigi. Sul fronte esterno, la nostra politica non è mai stata incisiva, nemmeno quando, con il governo Berlusconi, si sarebbe dovuto negare qualunque tipo di appoggio a Francia e Gran Bretagna, con Obama ispiratore, nella guerra in Libia contro Gheddafi. Riguardo la politica interna, l’interesse dell’Europa per noi è modesto, come modesto è il giudizio,in parte meritato, nei nostri confronti. I colleghi più autorevoli dell’Unione, Francia e Germania, sanno che la nostra libertà è vigilata e una deviazione dal tracciato segnato comporterebbe il pagamento di un pegno. Non possiamo farci nulla, ma, almeno, evitiamo di giocare sempre in difesa e osserviamo cosa accade nel mondo che conta. In Francia, Macron riaccende il sentimento di grandeur mai sopito, di un grande impero coloniale sparso un po’ ovunque. Il premier francese ha una gran voglia di affermazione internazionale e la partecipazione ad un attacco militare in Siria sarebbe un’occasione imperdibile. Lo dimostrano le dichiarazioni rese sull’affidabilità di sue fonti riguardo la presenza di gas chimici nelle armi usate dall’esercito siriano a Douma, ultimo baluardo della resistenza anti-Assad. L’uccisione di millecinquecento civili tra cui molti bambini, considerata inaccettabile da Macron, giustificherebbe l’intervento militare. Theresa May non può essere da meno. A fianco dello storico alleato americano, un po’ per allentare l’assedio che da tempo Corbyn e Brown le cingono attorno, un po’ per riprendere quota nei consensi degli elettori britannici contrari al divorzio dall’Europa, un po’ per avvalorare la tesi della minaccia russa. Del resto, neanche la signora di Downing Street può permettersi di far dimenticare il glorioso passato imperiale della Gran Bretagna. Merkel ,invece, è più cauta: metterà a disposizione le sue basi ma non interverrà in alcun modo, nonostante la posizione ferma sulle sanzioni a Putin. Intanto, Gentiloni ha espresso quella che è la linea tradizionale italiana: nessuna partecipazione ad un eventuale conflitto, solo supporto logistico. Posizione che non ci stupisce essendo quella assunta da tutti i governi, del basta non rischiare o rischiare il meno possibile. Questa volta, comunque, la prudenza è d’obbligo. La questione mediorientale, perché di questo si tratta, è un intrico di interessi, alleanze e contro alleanze difficile da sdipanare. Coinvolge Siria, Iran, Turchia, Paesi Arabi, Russia e Stati Uniti, con Putin al centro in funzione di mediatore. E non dimentichiamo Israele, che gioca la sua partita contro Teheran, il nemico che si nasconde dietro Hezbollah e Hamas e considera la Siria una sorta di colonia personale. E se Putin è il punto di riferimento per tutti, è proprio con Putin che Netanyau, nel corso del 2017, ha avuto sette incontri, sui quali, prima o poi, Mosca dovrà dare spiegazioni a Teheran. Come si capisce, è tutto molto complicato e la policy di Trump, della minaccia e della ritrattazione, a un primo sguardo non aiuta. Il comunicatore elettronico maniacale inonda mezzo mondo con i suoi tweet bellicosi, per poi ripensarci e fare marcia indietro. Una tattica che, fino ad ora, ha prodotto buoni risultati con il nordcoreano Kim Jong-un. Oggi il suo obiettivo è quell’”animale” di Assad, e non gli si può certo dar torto. Credo, però, che la sua intenzione non sia quella di scatenare una guerra contro Putin, che l’intuito mi suggerisce essergli simpatico, e nel quale preferirebbe vedere un alleato nella quasi vocazione di entrambi di agire da guardiani del mondo. Purtroppo, la grana del Russiagate non gli consente di manifestare il suo pensiero in un momento così difficile della sua presidenza. Ma se resisterà agli attacchi e all’impulso di twittare in continuazione, può darsi che qualcosa di buono venga fuori.

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