Viaggio intorno a Quasimodo a 50 anni dalla morte… di Domenico Pisana, La poetica di Quasimodo nel suo saggio del ’49 “Poesia contemporanea”/11

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L’esperienza culturale di Quasimodo( nella foto sotto la neve in una strada di Stoccolma, nel 1959, dove si trovava per ricevere il Premio Nobel) conosce anche una intensa attività saggistica, che trova la sua espressione in vari discorsi sulla poesia e in interventi tesi ad evidenziare il rapporto tra l’uomo e la poesia. Meritevoli di attenzione ci sembrano sicuramente i saggi quasimodiani “Poesia contemporanea” (1946), “L’uomo e la poesia” (1946), “Discorso sulla poesia” (1953) e “Il poeta e il politico” (1959).

Il saggio “Poesia contemporanea”

Il saggio quasimodiano “Poesia contemporanea” è del 1946. Il discorso del poeta si muove nella direzione di un’attenta rielaborazione concettuale di ciò che significa “poetare” e del modo in cui la poesia entra in dialogo con la storia e le svariate situazioni dell’esistenza umana. Quasimodo concepisce la sua poetica come dinamica correlazione con la storia umana degli uomini. Il poetare è, anzitutto, un atto spirituale di riflessione dal quale nascono domande che il poeta anzitutto “pone a se stesso, e quindi a tutti”; che gli uomini possono, tuttavia, anche non riuscire a capire nella loro portata e valenza, ritenendole oscure; che indipendentemente dal fatto di essere comprese, non smettono di esercitare una forte influenza nella vita sociale. Il poetare è, ancora, per il Nobel una testimonianza di forte attaccamento alla vita, anche nei momenti di disperazione e di aridità, poiché la vita e la verità sono i valori richiesti dalla società civile e dagli uomini a chi è poeta: “ Il poeta – scrive Quasimodo – non rinnega mai la vita anche se attraverso la disperazione riconosce l’aridità, una dispersione del cuore degli uomini, e li vede metà d’oro e metà di sangue che cola nel loro continuo dialogo con la morte. La vita, la verità. Sono gli uomini che chiedono questo al poeta… […] La poesia è una posizione dello spirito, un atto di fede, o meglio di fiducia in quello che l’uomo fa, e non può soggiacere ad alcuna sollecitazione esterna”.

La funzione “ri-costruttrice” della poesia

Funzione e ruolo del poetare vengono delineati da Quasimodo, nel suo saggio, con estrema chiarezza. Egli non crede alla poesia come “consolazione”, come alienazione dalla realtà, come strumento terapeutico finalizzato ad alleviare le sofferenze umane, i travagli, i conflitti dell’uomo; piuttosto, la poesia deve aiutare l’uomo a “intus-legere”, cioè a leggere dentro se stesso; deve ri-costruire, “rifare l’uomo dentro, cioè nella sua dimensione interiore”. Quasimodo apre, dunque, nel suo saggio un orizzonte etico e di socialità al quale aggancia il senso del poetare. Egli ritiene che la poesia abbia in sé la capacità di aiutare l’uomo contemporaneo a ribaltare i criteri di azione e di valutazione del suo agire e del suo essere nel mondo. Ecco, allora, che la visione del poeta non può essere quella di “un estraneo alla vita, uno che sale di notte le scalette della sua torre per speculare il cosmo”. Quasimodo, insomma, si lascia alle spalle la “poesia di contemplazione”, di “ammirazione del paesaggio” e ritiene che questo tempo sia finito e che, invece, sia maturo il tempo di una poesia che sia in grado di concepirsi come “moto a operare in una certa direzione in seno alla vita, cioè ‘dentro’ l’uomo”. Così il Nobel si esprime nel suo saggio:

…Io non credo – spiega Quasimodo – alla poesia come ‘consolazione’, ma come moto a operare in una certa direzione in seno alla vita, cioè ‘dentro’ l’uomo. Il poeta non può consolare nessuno. Non può ‘abituare’ l’uomo all’idea della morte, non può far diminuire la sua sofferenza fisica, non può promettere un eden, né un inferno più mite. Il poeta esprime se stesso, un uomo, ‘l’uomo’ (se volete) parla della società in cui vive, grida se deve gridare… Oggi, dopo due guerre nelle quali l’’eroe è diventato un numero sterminato di morti, l’impegno del poeta – prosegue Quasimodo nel suo saggio – è ancora più grave, perché deve ‘rifare’ l’uomo, quest’uomo disperso sulla terra, del quale conosce i più oscuri pensieri, quest’uomo che giustifica il male come una necessità, un bisogno al quale non ci si può sottrarre, che irride anche al pianto perché il pianto è ‘teatrale’, quest’uomo che aspetta il perdono evangelico tenendo in tasca le mani sporche di sangue”.

Rifare l’uomo: questo il problema capitale. Per quelli che credono alla poesia come a un giuoco letterario, che considerano ancora il poeta un estraneo alla vita, uno che sale di notte le scalette della sua torre per speculare il cosmo, diciamo che il tempo delle ‘speculazioni’ è finito. Rifare l’uomo, questo è l’impegno.

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