In punta di libro..di Domenico Pisana. “Ipotetico approdo”: la raccolta poetica di Claudia Piccinno, “nomade in viaggio senza soste” alla ricerca dell’invisibile speranza

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Una poesia in crescendo, sempre più radicata nei vissuti problematici dell’esistenza umana e capace di farsi “ermeneutica” del sentire collettivo e del bisogno di socialità quale orizzonte di neo-umanesimo profondamente necessario nel nostro tempo, ci pare quella contenuta nell’ ultima silloge poetica “ Ipotetico approdo”, bilingue, italiano-inglese, Mediagraf Edizioni, 2017, di Claudia Piccinno, poetessa di origine pugliese che vive e insegna in Emilia Romagna.

L’autrice, “nomade in viaggio senza soste”, cammina sui sentieri della vita con la consapevolezza di non avere certezze ma di poter dire, quasi mutuando il detto cartesiano, “dubito ergo sum”, e , così, continuare a credere nel sogno della vita, inerpicandosi “a nuvole mai dome / per afferrare l’invisibile speranza”.

Ed è proprio questa “invisibile speranza” che alimenta nell’autrice, mentre si specchia nel vetro della sua coscienza, la necessità di combattere la battaglia della vita, ove spesso tutto è di plastica e costringe a barcamenarsi tra “sorrisi mediatici”:

Residuo di petrolio

nel cuore di un’ameba

si fa plastica nelle strette di mano,

nelle rivalse di comari ignoranti.

Plastica nei sorrisi mediatici

Collaudati per pedrigree.

Plastica nelle strettoie verbali

Per saggiare

L’ingenua di turno.

Plastica, plastica ovunque.

Ed io…resto vetro”.

(Nei sorrisi mediatici)

E la Piccinno si affida al verso per ritrovare se stessa e per incamminarsi con una meditazione dolente verso l’“approdo ipotetico” possibile, quello dell’ “humanitas, dell’ “honestas”, termine, quest’ultimo, che indica anche bellezza: la bellezza della verità, dell’accoglienza e dell’amore; la bellezza che sa “divulgare /multipli d’amore” e che mantiene la trasparenza della relazione: “…Sono mesi che ho perso il tuo sguardo / l’ho barattato ormai / con una lista interminabile di ciao, come stai, /sei bellissima, sei fantastica, / e via dicendo…”; ed ancora, la bellezza della discrezione che non invade ma sa mettersi in ascolto; la bellezza della pace che ha il nome della giustizia: “Sui fogli bianchi / che mi hai donato, /inchiostro di pace / ho seminato, perché germogli la Provvidenza /proprio per chi / non sa stare senza(…) Rinchiusi nelle celle / del pregiudizio, /muoiono piano / come all’ospizio,/ valori gravidi / di pace e amore, / che della guerra /annullerebbero il vizio (da: “Inchiostro di pace”).

Ipotetico approdo” è una raccolta che conosce le modulazioni di un cuore aperto alla Trascendenza, alla voce di Dio; non il Dio dei filosofi, ma il Dio chiamato “Abbà”, Padre, che la poetessa invoca come luce sul sul cammino (“Sia lampada ai miei passi / la tua parola, perché io scopra / nella preghiera / il vero antidoto / all’altrui indifferenza …”) e al quale pone i suoi dubbi nel quadro di un rapporto tensionale tra fede e ragione:

“… S’interroga mesta

la mia ragione

consapevole che la tenzone

resterà desta

e senza risposta

finché la mia fede

non verrà ben riposta”.

C’è in questi versi la dialettica tra bene e male di un’anima che vive una sofferenza interiore nell’interrogarsi sul perché del male mentre porta i suoi studenti “al cippo di Sabbiuno di Piano / a leggere quei 34 nomi tenendosi(ci) per mano”, che ricordano “ i caduti in quel 14 ottobre del ’44”; c’è il dolore nel rievocare il tempo sulla “rotaia pigra / tra quesiti esistenziali / e indomiti perché / senza soffocare / irrazionali voglie / e immotivati sguardi, / curiosità remote / e intuizioni accidentali..”; c’è, ancora, la parabola di un crudo realismo che vede i tratti della sofferenza nella poesia dedicata ad un bambino affetto da autismo, nell’urlo silente di una madre che si duole nell’animo del bruciore di un atavico ed immeritato male, e nella desolazione delle Lande che “invocano l’oblio” e delle “distese provate / dalla bufera della follia, / dall’ignavia della razionalità / dall’invidia dei perdenti..” (in “Lande desolate”).

Sullo spartito di questa dolente riflessione, Claudia Piccino si dibatte “sul dubbio / alla ricerca del vero”, sul perché dell’ingiustizia, delle divisioni, delle menzogne, non piegandosi, tuttavia, a “rancori malcelati”, a “bugiardi di turno”, a “comode opinioni”, a “sorrisi mediatici”, ma affidandosi alla compagnia della fede: “…Mi fu compagno / solo l’incauto verbo / e un dì trionfai / specchiandomi nel vetro”.

E’ la pace ciò che sta a cuore alla poetessa, non solo quella sua personale, ma dell’umanità, di ogni uomo ( “…Pace in primis nello sguardo di ogni uomo, / nei rapporti interpersonali /, nella convivenza sul pianeta / tra i regni naturali…”; è una pace universale che viene invocata per tutti: le persone, la natura, gli animali, governanti, ospedali, associazioni, perfino per “ chi ne parla senza esercitarla”.

Quel che caratterizza la versificazione di Claudia Piccino è quella impronta vitalistica che la lega ai fatti, ai ricordi, a figure, analisi, paesaggi, memorie, con una compresenza di livelli di significato che rendono la sua parola polisemica, ricca di grazia musicale e modulata da un ritmo che crea e si fa immagine. E le immagini che scorrono in questa silloge sono spesso taglienti, svelano verità nascoste nel silenzio delle parole, aprono orizzonti ove la costante tensione dialettica tra fede e ragione, finito e infinito, bene e male, luce e buio,

si fa – diremmo con Paul Claudel – “connaissance”, cioè “conoscenza” nel senso etimologico francese di “co-naissance”, che significa “nascere insieme al mondo”, prendere consapevolezza della solidarietà che lega gli uomini gli uni agli altri e al mondo.

E le poesie di Claudio Piccino mirano proprio a sollecitare questa “co-naissance”, e a determinare, pur se a livello embrionale, una gnoseologia incarnata nelle contraddizioni dell’esistenza con l’intento di svegliare coscienze assopite e indifferenti di fronte a profughi, emigrati, naufraghi, guerre, ingiustizie, povertà, solitudine.

Quando nella lirica “Parlami Padre”, la poetessa chiede a Dio di spiegarle “il peccato / senza veli”, di risponderle “di Eva e le sue colpe”, essa si fa voce di una domanda collettiva, di un bisogno di conoscenza del mistero del male, del quale l’uomo è stato toccato sin dalle origini del mondo. Quel male che la poetessa stigmatizza nei suoi versi e dal quale auspica la liberazione per tutti nell’ “ipotetico approdo”, ove – come dice bene Nazario Pardini – possa essere possibile “rompere con le aporie del contingente”.

Ciò che piace di questa silloge poetica è l’armonioso connubio tra ontologia e sensibilità sociale dell’autrice, la quale riesce a “ fare approdare” sulla pagina, questa volta non in modo ipotetico, la sua esperienza umana e culturale con versi che, pur connotandosi, in alcuni casi, come rappresentazione diegetica di un realismo interpretato con l’occhio antropologico, sono immediati, agili e capaci di affabulare. La resa poetica non ci sembra omogenea, ma si muove sempre con piglio di forte impatto semantico; a volte prevale la componente descrittivo – allusiva, altre volte quella memoriale, in altri casi si fa spazio il tono lirico-meditativo, ricco di tenerezza e carico di simbolismi.

Certo è, in ogni caso, che Claudia Piccino rifugge dai costrutti retorici abbelliti da preziosismi stilistici, per puntare, volutamente, ad un poetare ove la parola affonda le radici nella quotidianità fatta di incontri, di iniziative, di luci e di ombre, di “fiducia mal riposta”, di rinnegamenti e smarrimenti; una quotidianità trasfigurata nei suoi significati e affrontata con coraggio, con forza d’’animo e coerenza interiore:

Ho spalle grandi che si piegano

pei colpi d’inconcludenza altrui,

ho gambe forti

che percorrono sentieri solitari,

ho cuore lacero cucito e rattoppato

mille volte,

ho mente acuta che s’infervora

di rabbia al tuo cospetto.

Odio l’ignavia,

l’ambiguità latente e la evidente,

odio il silenzio galeotto

e complice del tornaconto.

Ho questi limiti

che gemmano stupore,

io non mi adeguo

a questo mio livore”.

( Cuore cucito)

Questi versi si dispiegano quasi come confessioni autobiografiche e non sono, certo, un giuoco di parole, un’alchimia sistemico-razionale, ma l’espressione di un sentire che si fa “parola”, linguaggio, sostanza poetica nella quale – direbbe Ungaretti – “l’esperienza individuale diventa verità universale in cui tutti possono riconoscersi”.

E, in effetti, in ogni verso della Piccinno c’è la traduzione della realtà in sensazioni che si fanno messaggio, dialogo con se stessa, dibattuta tra il “qui ed ora” e l’oltre , ma anche colloquio con coloro ai quali la sua voce arriva come canto del “nostos”, cioè del ritorno, in senso metaforico, nella terra e nell’anima delle proprie origini edeniche.

Per concludere, ci pare di poter dire che “Ipotetico approdo” sia una “silloge in situazione”, atteso che i temi che essa affronta si incarnano fortemente nella situazione di malessere della nostra contemporaneità, scavando nella coscienza etica collettiva al fine di invitarla al riscatto della sofferenza e prospettandole una possibilità di ormeggio; ormeggio che l’autrice offre non con intenti gnomici, ma come “urlo” di una creatura consapevole della “propria imperfetta umanità” e che vive “in bilico tra sogno e concretezza”.

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