IN PUNTA DI LIBRO……di Domenico Pisana. Le “Rime”: Antologia di Odi e Canti del poeta ennese Giuseppe Mistretta

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Giuseppe Mistretta, ennese, è un autore molto legato alle radici dell’umanesimo classico. E questo ancoraggio è ben evidente nella sua raccolta, “Le Rime. Antologia di Odi e Canti”, Maurizio Vetri Editore, 2017, ove il linguaggio poetico si presenta ricco di movenze lirico-metriche che, certo, risultano rare nello spazio della poesia moderna e contemporanea, ma che l’autore predilige in modo quasi affettivo, essendosi accostato alla letteratura classica dopo i suoi studi tecnico-professionali.
Basta scorrere i testi de “Le Rime” per scorgere in essi modelli linguistici della classicità ottocentesca ( “empie”, “aveva”, “desii”, “dì”, “beltà”, “core” etc..) che la poesia moderna ha superato, ma che Mistretta predilige nel suo percorso per sostanziare la dimensione del suo sentire poetico e per esprimere la sua interiorità sfuggendo – come si legge nella breve osservazione sul linguaggio con cui si apre la raccolta – alla “prevaricazione dell’elemento funzionale-comunicativo sull’elemento stilistico-espressivo”.

L’autore , insomma, ama la parola che “ha il potere di determinare una modificazione magica della realtà” e che, altresì, è “in grado di innescare processi e metamorfosi “ capaci di agire “profondamente sulla struttura sociale.
Ma al di là del dato metrico-linguistico utilizzato dall’autore, ritengo che la poesia di Giuseppe Mistretta vada apprezzata per la sua capacità trasfigurativa e simbolica, nonché per quegli orizzonti entro cui le Odi e i Canti trovano forma e consistenza.
“Le Rime” dispiegano la loro prima carica epifanica nelle Odi , alcune delle quali centrate su luoghi intesi come espressione di relazione e di memoria, nonché di bellezza, di fatti, di storie e di cultura; si leggano, ad esempio, le poesie “Città di Enna”, “Il Teatro di Taormina”, “Segesta” , “Canto al Duomo di Enna” che nel loro taglio descrittivo ed evocativo emanano fascino e suggestività.
In “Città di Enna” Mistretta esprime dolore e rammarico, denuncia indifferenza e pone domande ( Aggrottate e fresche mi guardan le case. / I tetti di tegola e canale sovrastano lo spazio. / Dov’è la ricchezza o radice. / Riposi ignorata e silente, / come se nulla importasse alla gente…”) con un linguaggio meditativo che rifulge del ricordo che di essa egli invece conserva. Lo stesso fluire discorsivo e descrittivo s’impone nella poesia “Il Teatro di Taormina”, ove il verso diventa aulico (“…Il mare osserva di notte quando la luna è diamante …”) , il tono mirabile e ricco di stupefazione ( “…sei la regina” ) e l’esaltazione della città diventa favola di salubrità: “…Luogo di sollievo e grazia, di totale agiatezza, / a chi sta fermo nel vento, /ad ammirare bellezza…”; “La sua storia – canta il poeta – non ha eguali, pregna di mistero e mille incanti / questa è terra di poeti, che cantarono ai Giganti”.
L’ode a “Segesta” è, ancora, un affresco lirico-storico che coglie lo splendore di un luogo attraversato da vicende che hanno lasciato “i segni come un riflesso” e che inducono il poeta ad innalzare al cielo, con uno slancio affettivo, parole di encomio:

“…Tu gioiello dipinto dal contorno del sole, dal verde e le siepi
Nel loro eterno languore.
Sei distinta franchezza di un’essenza divina, di cui coglie
I segni, chi a te legger s’avvicina”.

In questa raccolta poetica le Odi hanno anche un taglio più intimo, atteso che il poeta pone lo sguardo su tanti aspetti dell’esistenza trasfigurati ora nella Bellezza della poesia della quale si è innamorato,
ora nella nebbia ( “…Nebbia a rammentare l’autunno, in rotazione eterna / di cui sei il frutto…”), ora nelle nefandezze di un progresso sganciato da ogni dimensione valoriale ( “…Progresso nefasto, che ci rubi la vita, ci distrai dal contesto, / come ragazzi alla gita. / Estorci i desìì, ci maltratti gli affetti, / ci induci ad essere dei maledetti…”), ora sui fondamenti di un’ontologia umana in grado di valorizzare la conoscenza ( “…Conoscenza fluisca come stelle dai cieli…), l’emozione ( “Emozionarsi fortemente, ci induce ad un’alchimia tale, /da poter fermare il tempo…”), ed ancora la luce (“…Fulgida la luce mi appare attorno…”), il pensiero, le relazioni, gli affetti, le amicizie ( Si leggano, ad esempio, “Ricordo di Giovanni”, “Lucrezia”, “Ode al figlio Lorenzo”).
La seconda parte de “Le Rime” si snoda in “Canti” che viaggiano all’interno di coordinate tematiche che toccano il paesaggio, la natura, il lavoro, la denuncia sociale, il viaggio ed elementi esperienziali rilevanti per la vita del poeta. Questi si intenerisce di fronte al crescere delle spighe (“Assurgono le spighe verdastre e luccicanti / in un sibilo o lamento nel campo ad allungarsi…”); prova emozioni per l’inoltrarsi della primavera ( “Al mattino il vento fresco di Maggio portava l’urlo di gazze, / sin dentro la mia finestra chiusa”) nonché della stagione estiva (“…A giugno il vento fresco soffiò alle nubi…”); respira squarci di cielo con l’auspicio di trovare forza di cambiamento: “Una striscia bianca nel cielo… Quanto tempo ancora dovremo aspettare, / perché i potenti in silenzio sappian ascoltare (“Squarcio di cielo”); “Oggi tutto si compra col vile denaro, / anche la vita di un uomo, col destino lontano.”( “L’ambulante”).
Giuseppe Mistretta ci dà in questo libro la sua visione della realtà e della storia e lo fa con testi che in alcuni casi risultano dettati da occasioni, in altri da intenti didascalici, in altri da esigenze sociali e problematiche di cui il nostro tempo è caratterizzato.
E’ un autore che tende a far risuonare nei suoi versi i valori più autentici di una umanità bistrattata e consumata da un progresso che non guarda all’essere ma all’avere e che tende ad ingannare l’uomo sulle domande di senso che da sempre lo accompagnano.
La poesia di Giuseppe Mistretta è limpida nel suo fluire, realistica nella sua tessitura concettuale e attraversata da sogni e incanti; il poeta pronunzia il suo atto di fede nella vita anche alla vista di studenti che gli riaccendono i filmati della memoria giovanile: “Il canto di scolari festanti all’uscita, / eredità delle genti in terra, / mi riportano alla gioia per oggi, / al coraggio per domani, / alla ricerca della felicità come esempio, / per l’imminente futuro”.
La ricca gamma di sensazioni, aspirazioni ed emozioni che fluttua nell’animo del poeta prorompe con genuinità sia nelle Odi che nei Canti; la forza delle immagini ( “il tono del vento”, “le foglie in terra”, “pecore in balìa dei lupi”, “frizzi di luce”, “un bacio d’amore”, “un sussurro sopito”, “le catene del servilismo”, “il manto degli angeli, etc…) offre al lettore una versificazione dai cui trasuda tutto il processo creativo del poeta e la carica allusiva e simbolica delle sue policromie interiori.
Giuseppe Mistretta riporta infatti nei suoi versi tutta la sua carica umana e spirituale con un linguaggio e con parole che si fanno epifania di un tormento e di una apertura ai valori del trascendente, capace di donare equilibrio alla sua vita: “Non è semplice – dice il poeta – / ma alle volte è possibile trovare / quell’equilibrio interno /che ci fa pensare”. E il poeta si disvela come uno che pensa, che legge, che si abbevera a fonti di vario genere, tant’è che in queste “Rime” c’è un appendice in cui egli esprime un “Grazie figurato” a vari autori dell’antichità e contemporanei, tra i quali Seneca, Aristotele, Leonardo da Vinci, Giuseppe Parini, G. Battista Marino, S. Francesco d’Assisi, Guttuso, Friedrich Nietzsche fino a giungere ad Umberto Eco, quasi a voler dire quanto il suo rapporto con il mondo dell’arte , della letteratura e della filosofia sia entrato nella sua dimensione esistenziale con forza e convinzione.
Per concludere, credo che alla poesia di Giuseppe Mistretta si profili un cammino nel quale si vedranno cimenti più rilevanti e orizzonti espressivi dalla resa comunicativa ed espressiva ancor più significativa. Le sue pagine sanno di vita, di domande, di sussurri e di riflessioni; sanno di responsabilità e di amicizia, di sentimenti che imperlano ogni scelta linguistica, la quale si mostra coraggiosa e convinta superando possibili perplessità, e regalando ai suoi lettori le armonie più vere della sua fantasia e della sua immaginazione.

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