L’eutanasia…dolce morte. La rubrica del dottore Federico Mavilla

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Il termine eutanasia deriva dal greco e significa “dolce morte”, e consisteva nell’assecondare e quindi accogliere la richiesta espressa consapevolmente da un malato in fin di vita afflitto da grande sofferenza, di essere aiutato a morire.
Che significato viene dato oggi alla parola ‘eutanasia’? La decisione di alleviare il dolore, la decisione di interrompere trattamenti ormai inutili, oppure l’atto di provocare deliberatamente la fine di una vita, per porre termine a una sofferenza?
Il diritto di morire dignitosamente, oggi riconosciuto da tutti, può generare il diritto di uccidere? Perché ai malati a volte non è concesso di appropriarsi di quest’ultimo istante, di ‘morire bene’, con dignità, circondarti dall’amore dei propri cari e senza accanimenti terapeutici?

L’opinione pubblica è sempre più favorevole a consentire che i “malati terminali” decidano della loro vita, ma la percentuale dei favorevoli all’eutanasia diminuisce quando la decisione viene presa da persone che non sono in grado di formulare una richiesta consapevole. All’eutanasia si contrappone l’accanimento terapeutico, che spesso viene confuso con il dovere di cura, oggi infatti grazie alle possibilità, rese possibili dalla tecnica, si riesce a ritardare la morte naturale attraverso tecniche di rianimazione e macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali.
È stato il caso di Welby, un uomo di circa 60 anni, colpito da distrofia muscolare, costretto a stare in un letto senza muoversi, attaccato a dei macchinari. Quest’uomo chiedeva di essere lasciato morire , la sua vita era una sofferenza. Ma a causa di disposizioni di legge, è stato costretto ad un’esistenza senza significato. A questo punto mi chiedo: ma la vita è ciò che ognuno di noi pensa? O è ciò che pensa la maggioranza ? La vita che ha condotto Welby non è la vita come ognuno di noi la intende , infatti la vita è alzarsi dal letto, muoversi, respirare senza bisogno di un apparecchio meccanico, la vita è scrivere, comunicare con il resto del mondo. Ecco, quindi, quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi,alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente biologica, ci deve essere qualcosa di profondo dietro.
E’ necessario fare una differenza tra l’eutanasia passiva, che si può configurare come rinuncia all’accanimento terapeutico, ossia nei casi in cui la morte del malato sia ritenuta imminente ed inevitabile senza l’aiuto dei macchinari e l’eutanasia attiva dove si provoca volontariamente la morte del malato attraverso la somministrazione di farmaci letali.
E’ bene riuscire a comprendere che non ci si trova in presenza di uno scontro su chi è favorevole alla vita e chi è favorevole alla morte. Tutti i malati vorrebbero guarire e non morire. Ma, tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e con il passare del tempo le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa il desiderio di abbandonare un percorso di disperazione.
La vita è un diritto, non è un dovere. Se un malato è inguaribile, afflitto da sofferenze non controllabili, ed è avviato irreversibilmente alla morte, la sua richiesta di eutanasia non può essere ignorata. E’ anche un dovere civile, proprio di una democrazia, fare uscire l’eutanasia da quella che si può definire la sua zona d’ombra, vale a dire le pratiche con finalità compassionevoli che in realtà negli ospedali realizzano l’eutanasia, ma che restano clandestine e che espongono chi assiste i malati terminali a rischi di tipo giuridico. Si creano anche inaccettabili discriminazioni: per un medico che ascolta la richiesta e ha il coraggio di assumersi il rischio, quanti medici, invece, oppongono un legittimo rifiuto?
A questo punto è necessario discutere con grande pacatezza, con l’intento di dare una risposta chiara ai dubbi, alle preoccupazioni, ai pregiudizi. In una società che secondo i sondaggi è sempre più favorevole all’eutanasia, ci sono giustamente anche i pareri contrari.
Certo è fondamentale che si definiscono delle regole, i criteri, le condizioni e i presupposti irrinunciabili per legalizzare l’eutanasia che devono guidare verso una legge, e che devono costituire una garanzia per tutti, per chi è favorevole e per chi è contrario.
In uno dei suoi articoli accorati a difesa dell’eutanasia, il famoso, ma ormai scomparso, prof. Veronesi, scriveva che l’eutanasia non è dare la morte, ma salvaguardare la vita, una vita che sta per spegnersi ma ancora chiede il raggio di luce dell’amore, e la mano calda della solidarietà umana. L’eutanasia è la “cura” suprema reclamata dall’uomo che soffre.

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