Cena in chiesa. Anche a Scicli come a Sant’Egidio, S. Maria in Trastevere, Sant’Eustachio

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Continua la tradizione delle cene solidali, all’interno della chiesa di S. Maria La Nova di Scicli, trasformata, mercoledì scorso ancora una volta, in una “sala da pranzo”, sostituendo i banchi con tavoli degni delle migliori occasioni. L’orologio segnava le 20:00, in teoria a quell’ora la chiesa dovrebbe essere chiusa, quando è cominciata la cena. Tavoli apparecchiati con gusto, sedie, tovaglie di carta bianca, bottiglie d’acqua e bibite varie. Come in una grande famiglia, dove tutti si sono sentiti accolti, la mensa è cominciata.

Nel solco tracciato da papa Francesco, che ha chiesto di non lasciare i poveri relegati nelle periferie e di aprire le chiese, anche a Scicli come a Sant’Egidio, S. Maria in Trastevere, Sant’Eustachio si è riusciti a mobilitare un “popolo” di volontari e commensali. Coinvolti tutti i gruppi operanti nelle parrocchie del Carmine e di S. M. La Nova, assieme a numerosi altri volontari, in un ritrovato atteggiamento di unione, si è realizzata una vera comunione reale tra chi è ricco e chi è povero. Ognuno col proprio compito: c’è chi ha servito o sparecchiato, chi si è occupato della preparazione dei pasti, chi ha contribuito con un sostegno materiale. Non un appuntamento per sentirsi più buoni, ma un ritrovarsi tra amici che hanno condiviso ogni settimana i “bisogni” e, in diversi casi, le sofferenze. Con diversi amici, infatti, la condivisione è un appuntamento costante durante tutto l’anno, grazie al servizio attivo del Banco Alimentare. Niente di straordinario, semplicemente si è voluto tornare alle origini. Le chiese, in principio, altro non erano che le case dove i primi cristiani, ricchi e poveri, si riunivano per “spezzare il pane”, condividerlo, mangiarlo e trasformarlo nella propria vita. Don Antonio Sparacino, che ha scelto, ancora una volta, di “aprire” la chiesa, ha cominciato ringraziando i presenti ed ha invitando chi ne avesse voglia a recitare una preghiera. Noi abbiamo tante storie che s’intrecciano anche nella nostra comunità, tante relazioni tra i nostri amici (assistiti durante l’intero anno). Posso partecipare anch’io? Aveva chiesto di mattina un signore in difficoltà, che però non fa ancora parte del “popolo” di amici seguiti dal Banco Alimentare. A rispondere di sì è stato Franco, un amico seguito nel corso dell’anno, che si sente già protagonista di questa storia di condivisione. Gianni, invece di sera, mi ha raccontato della sua vita, dei suoi problemi di salute, del dramma economico che vive, del suo rapporto con la fede, delle sue debolezze e delle sue liti con la sorella che abita a Ragusa. Abbiamo parlato come vecchi amici, ci siamo lasciati con la voglia di incontrarci nuovamente. Mi ha chiesto di partecipare, come volontario, il prossimo anno alla Colletta alimentare. Tra i volontari si è percepita una strana combinazione di stanchezza e letizia. Non una classica buona azione di inizio anno, ma un semplice gesto di carità e accoglienza che corrisponde al desiderio di ciascuno di noi. Le piccolezze, le povertà, le fragilità che abbiamo provato ad accogliere sono anche quelle presenti, in modo e misura diversi, in ciascuno di noi in quanto uomini. Quando si vedono altri che stanno peggio di noi – è scritto nel Senso della caritativa (Tracce 10/2012) – ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e noi la chiamiamo giustamente legge dell’esistenza. Noi andiamo in «caritativa» per soddisfare questa esigenza. Quanto più noi viviamo questa esigenza e questo dovere, tanto più realizziamo noi stessi; comunicare agli altri ci dà proprio l’esperienza di completare noi stessi. Tanto è vero che, se non riusciamo a dare, ci sentiamo diminuiti.

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