I commercialisti iblei alla manifestazione di oggi a Roma contro il decreto sulla complicazione fiscale

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In piazza per chiedere maggiore rispetto nelle scelte fiscali e contro l’inefficienza. I commercialisti ragusani guidati dal futuro presidente dell’Ordine professionale di Ragusa, Maurizio Attinelli, dicono basta ai provvedimenti ingiusti. “Non è possibile – dice Attinelli – che le imprese italiane e i professionisti ogni anno siano obbligati a impiegare mediamente 240

ore per dare corso agli adempimenti fiscali e previdenziali. La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono stati gli ulteriori otto adempimenti aggiunti dal ddl 193/2016; non perché ci si scandalizzi a fare 8 dichiarazioni in più, ma perché è triste constatare la poca considerazione che lo Stato dimostra verso imprese, professionisti: Da tempo la nostra categoria chiede a gran voce “SEMPLIFICAZIONE”. Sempre più scadenze, sempre più adempimenti, privacy, antiriciclaggio, trasmissioni ridondanti, sanzioni spropositate, date che si accavallano, termini che slittano all’ultimo minuto, chiarimenti postumi. Obblighi inutili e contrari alle indicazioni Fmi. Adempimenti sempre più complicati e costosi che colpiscono i cittadini rispettosi delle regole, lasciando indenni gli evasori”.
Una constatazione amara quella di Maurizio Attinelli, che dal primo gennaio assumerà la guida dell’Ordine dei Commercialisti di Ragusa.
Quali sono le ragioni della protesta di oggi a Roma dei commercialisti italiani?
I commercialisti si sono seduti al tavolo delle semplificazioni voluto dal Ministero in maniera costruttiva e hanno ottenuto risultati importanti, come l’eliminazione degli studi di settore o la moratoria fiscale estiva. Ma poi, quando si è trattato di introdurre un aggravio pesante come lo spesometro trimestrale nessuno lo ha comunicato.
“I commercialisti – aggiunge Attinelli – rappresentano il collettore sano del rapporto fra cittadini e imprese: abbiamo educato i clienti a pagare le imposte. È una professione che non merita questo trattamento. In Italia, il tax gap sull’Iva (cioè la differenza tra quanto dovuto dai contribuenti e da quanto effettivamente incassato dall’erario), nel 2014, secondo il ministero dell’Economia, è arrivato a 40,2 miliardi. I nuovi obblighi non servono per contrastare questo fenomeno? Il problema non sono tanto le comunicazioni relative alle liquidazioni trimestrali Iva, che ci vengono chieste dall’Europa. La vera assurdità è la richiesta analitica dei dati delle fatture emesse e ricevute. L’esigenza di anticipare i controlli è già soddisfatta dalle dichiarazioni periodiche Iva che permetteranno un riscontro più veloce della correttezza e della tempestività di versamenti e compensazioni. Ma la comunicazione analitica dei dati delle fatture non è prevista da nessun Paese a economia avanzata e va contro le indicazioni sia del Fondo monetario internazionale che raccomanda di ridurre le quantità di informazioni richieste e di demandarle in forma aggregata e non analitica. Tutto il contrario di quello che ha fatto il governo con il decreto legge 193.
La verità è che chi ha nel Dna l’evasione non viene colpito da queste misure, che peseranno solo sugli onesti. Il governo prevede però di ottenere un aumento di gettito di 2,1 miliardi nel 2017 e di 4,2 nel 2018…
Non so proprio chi possa aver fatto questa previsione.
Il problema è stato proprio questo: iscrivere in bilancio somme che, molto probabilmente, non verranno mai incassate.
E come si contrasta l’evasione? L’agenzia delle Entrate ha milioni di dati a disposizione. Basterebbe incrociarli. E invece si continuano a scrivere provvedimenti basati sul presupposto che la maggior parte delle imprese non rispettano le leggi e non pagano le tasse. Ma non è così. Il 98% dell’imprenditoria è sana e opera in maniera corretta. Per cui anziché colpire sempre i “noti”, sarebbe bene concentrare l’attenzione sul sommerso: pagare tutti per pagare meno”

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