In un momento in cui si aspettano i definitivi nominativi dei possibili presidenti della Regione Sicilia, si leggono i primi appelli ai siciliani e alle siciliane, che ci fanno capire quanto sia importante distinguere le parole dai fatti: la retorica non è senz’altro vincente, in quanto siamo un popolo che ha fatto delle parole il proprio credo, sbagliando.
Oggi la gente capisce che siamo alla frutta e che la Sicilia rappresenta un nodo importante all’economia italiana, alla politica in generale:la Sicilia è una palestra di esperimenti politici.
In un momento in cui l’antipolitica impera in maniera nefanda, dando prova nei comuni dove governa, di incapacità politica, in quanto ha come scopo di sostituirsi alla politica ufficiale, cercandola di distruggere ma non proponendo alternative valide, la politica temporeggia in un marasma di liste civiche, di movimenti, di possibili e probabili coalizioni. Siamo convinti ,però, che la concretezza debba emergere e dare risposte ai problemi della nostra isola che rischia seriamente.
I tagli alla spesa devono essere chiari, i tagli alla politica, alle spese inutili, agli enti inutili, che non sono le province, che ci vedrebbero ritornare ai valli borbonici, con un sistema negativo per chi ,da più di ottant’anni, aveva una storia, vedi la provincia di Ragusa, accorpanda a Catania: si potrebbe suggerire un aggiustamento alla proposta più congeniale al territorio. Dobbiamo ritornare all’Ottocento, senza considerare la storia del territorio? La Sicilia ha vasti territori e una storia che non si può calpestare o dimenticare. Un piano di rientro deve essere chiaro e richiede, crediamo ampie coalizioni impostate in modo diverso . La legalità deve essere al centro dei programmi : basta con le collusioni mafiose, con il malgoverno. Siamo in un momento difficile e bisogna pensare ai siciliani,alla società, ai territori e alla loro storia. Il Piano per il Sud, con l’impegno europeo alle fasce deboli e alla cultura deve trovare un terreno che lo recepisca, senza correre il rischio di rimandare i fondi indietro all’Europa.

Print Friendly
Share